Sogni e salute, lo studio sul sonno REM: associato a un rischio più basso per 83 malattie
Uno studio su oltre 95mila adulti collega una maggiore durata del sonno REM a un rischio inferiore per 83 malattie. Analizzati anche sonno profondo e regolarità.
Non conta soltanto quante ore si dorme: anche il tempo trascorso nelle diverse fasi del sonno potrebbe essere associato al rischio di sviluppare alcune malattie. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 95mila adulti nel Regno Unito, nel quale una maggiore permanenza nella fase REM, quella comunemente associata ai sogni, è risultata collegata a un rischio inferiore per 83 patologie.
I risultati, riportati dal Daily Mail, derivano da un’analisi guidata da ricercatori cinesi. Lo studio ha seguito i partecipanti per circa nove anni, mettendo in relazione le caratteristiche del loro sonno con oltre mille malattie.
I dati mostrano associazioni, quindi non dimostrano che trascorrere più tempo nella fase REM prevenga direttamente le patologie osservate.

Che cos’è il sonno REM e quanto dura durante la notte
La fase REM, acronimo di rapid eye movement, comincia circa 90 minuti dopo essersi addormentati. Si ripresenta approssimativamente ogni 90 minuti e occupa, secondo i dati riportati, circa il 20-25% del sonno complessivo.
Il resto della notte comprende le fasi di sonno leggero e sonno profondo.
La durata dei periodi REM non rimane identica durante tutta la notte. Questi diventano più lunghi nella seconda metà, motivo per cui svegliarsi presto può interrompere una parte del sonno REM.
Per studiare questi aspetti senza limitarsi al numero totale di ore dormite, i ricercatori hanno fatto indossare ai partecipanti sensori da polso per sette giorni.
Sono stati analizzati la durata delle singole fasi, il tempo totale trascorso dormendo, i risvegli notturni e l’irregolarità del sonno.
Più sonno REM associato a rischi inferiori per 83 malattie
Dopo la misurazione iniziale, i partecipanti sono stati seguiti per circa nove anni. I ricercatori hanno quindi cercato eventuali relazioni tra le caratteristiche registrate e più di mille patologie.
Le persone che trascorrevano più tempo nella fase REM hanno mostrato un rischio inferiore per 83 malattie.
Alcune associazioni riportate sono particolarmente marcate. Una maggiore quantità di sonno REM è risultata collegata a un rischio di insufficienza cardiaca inferiore del 26%, a un rischio di demenza più basso del 46% e a una riduzione dell’80% del rischio di malattia di Parkinson.
Questi risultati sono stati associati a circa 48 minuti aggiuntivi di sonno REM.
Le percentuali descrivono le associazioni osservate nella popolazione studiata e non consentono, da sole, di concludere che aumentare volontariamente il sonno REM produca le stesse riduzioni del rischio.
Anche il sonno profondo è stato associato a benefici
L’analisi non si è fermata alla fase REM.
Le persone che trascorrevano più tempo nel sonno profondo presentavano un rischio inferiore per sette condizioni. Tra quelle indicate figurano il diabete di tipo 2 e la depressione maggiore.
È emersa anche una relazione nella direzione opposta per alcune caratteristiche del riposo. Schemi di sonno irregolari e risvegli durante la notte sono risultati associati a una maggiore probabilità di condizioni tra cui ansia e disturbi da uso di sostanze.
Anche in questo caso si tratta di relazioni statistiche rilevate nello studio, non della dimostrazione di un rapporto diretto di causa ed effetto.
Tra sei e otto ore il rischio complessivo più basso nello studio
I ricercatori hanno considerato anche la durata totale del riposo.
Nel campione analizzato, chi dormiva regolarmente tra sei e otto ore presentava il rischio complessivo di malattia più basso.
Una durata inferiore alle cinque ore, invece, è risultata associata a un aumento del rischio per 37 condizioni.
L’analisi aggiunge quindi un elemento agli studi che si concentrano prevalentemente sul numero di ore trascorse a letto: durata totale, distribuzione delle fasi, continuità e regolarità del sonno sono state esaminate separatamente e hanno mostrato associazioni differenti con la salute.
I risultati non trasformano però i sogni in una terapia né permettono di attribuire loro direttamente un effetto protettivo. Il dato osservato riguarda la durata della fase REM, che è la fase del sonno maggiormente collegata all’attività onirica.
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