Un batterio dell’intestino consuma il colesterolo prima dell’assorbimento: la scoperta e i suoi limiti
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Descrive uno studio di ricerca: non indica una terapia disponibile e non va usato per modificare da soli dieta o cure per il colesterolo.

Nell’intestino esistono batteri capaci di consumare il colesterolo prima che il corpo lo assorba. Non è un’ipotesi da laboratorio. Lo ha osservato un ampio studio pubblicato sulla rivista Cell il 2 aprile 2024, condotto dal Broad Institute del MIT e di Harvard insieme al Massachusetts General Hospital. I ricercatori hanno analizzato oltre 1.400 persone. E hanno scoperto che chi ospita naturalmente più batteri di un certo tipo tende ad avere valori di colesterolo più bassi, a parità di altri fattori. È una scoperta importante, che apre una strada di ricerca. Ma non è ancora una cura, e non autorizza la conclusione più comoda: che basti un probiotico per abbassare il colesterolo.
Un vecchio sospetto, finalmente spiegato
L’idea che la flora intestinale possa influire sul colesterolo circola da oltre un secolo. Mancava però la prova del meccanismo: quali batteri, quali geni, quali molecole fossero coinvolti.
Il nodo è la conversione di una sostanza in un’altra. Alcuni batteri intestinali trasformano il colesterolo in coprostanolo. È una molecola che l’organismo assorbe con grande difficoltà e che viene quindi eliminata con le feci. In pratica, il batterio intercetta parte del colesterolo presente nell’intestino e lo converte in una forma che il corpo non riesce più a prendersi. Meno colesterolo assorbito significa, in potenza, meno colesterolo che passa nel sangue.
Lo studio del Broad Institute ha dato un nome a questo processo. Il gruppo ha analizzato metaboliti e genomi microbici dei partecipanti al Framingham Heart Study, un progetto americano che studia da decenni i fattori di rischio cardiovascolare.
Chi sono i batteri protagonisti
I microrganismi al centro della scoperta appartengono al genere Oscillibacter. Secondo lo studio sono sorprendentemente comuni: in media rappresentano circa un batterio ogni cento presenti nell’intestino.
I ricercatori hanno osservato che le persone con una maggiore quantità di questi batteri avevano livelli di colesterolo più bassi. In laboratorio hanno poi confermato che gli Oscillibacter sono in grado di assorbire e metabolizzare il colesterolo presente nell’ambiente circostante.
Non lavorano da soli. Lo studio ha individuato un altro batterio, l’Eubacterium coprostanoligenes, che contribuisce allo stesso risultato. Quando i due tipi di batteri sono presenti insieme, l’effetto di riduzione del colesterolo nel sangue appare più marcato. È il segno che nell’intestino agisce una comunità, non un singolo protagonista.
Cosa significa e cosa no
Qui serve prudenza, perché è il punto in cui le semplificazioni fanno più danni. Lo studio ha osservato un’associazione: chi ha più di questi batteri tende ad avere meno colesterolo. L’associazione, da sola, non dimostra un rapporto di causa ed effetto diretto e valido per tutti.
Gli stessi ricercatori sono chiari su un punto: i risultati suggeriscono che interventi mirati sul microbioma potrebbero, un giorno, aiutare a ridurre il colesterolo. Il condizionale è d’obbligo. Servono altri studi per capire se e come intervenire. E per dimostrare che aumentare quei batteri porti davvero a un beneficio misurabile sulla salute del cuore.
Un lavoro successivo, presentato nel 2025, ha aggiunto un tassello: nei topi la colonizzazione con questi batteri ha ridotto il colesterolo e limitato le lesioni dell’aterosclerosi. Un risultato incoraggiante, ma ottenuto sugli animali, che non equivale a una prova sull’uomo.
Perché non basta un probiotico da banco
La tentazione, leggendo notizie come questa, è cercare in farmacia o online un integratore di Oscillibacter per abbassare il colesterolo mangiando quello che si vuole. È un errore, per più ragioni.
La prima: questi batteri non sono, ad oggi, disponibili come probiotico validato per questo scopo. I fermenti in commercio contengono altri ceppi, con altre funzioni, e nessuno di essi è approvato come terapia per il colesterolo.
La seconda: il microbioma di ognuno è diverso. Non è detto che introdurre un batterio dall’esterno lo faccia attecchire e funzionare come sperato. La ricerca sta studiando proprio questo, ma non ha ancora risposte pronte per l’uso.
La terza, la più importante: la scoperta non cancella il ruolo della dieta, dell’attività fisica e, quando servono, dei farmaci. Le statine e gli altri trattamenti per il colesterolo restano gli strumenti con le prove più solide. Il microbioma è una frontiera che potrebbe affiancarli in futuro, non un’alternativa già pronta.
Cosa fare oggi per il colesterolo
Nell’attesa che la ricerca sui batteri maturi, le indicazioni per tenere sotto controllo il colesterolo restano quelle note e verificate. Serve un’alimentazione ricca di fibre, verdura, legumi e cereali integrali, che tra l’altro nutre la flora intestinale buona. Vanno ridotti i grassi saturi e gli alimenti ultra-processati. Contano l’attività fisica regolare, il controllo del peso e l’abitudine a non fumare.
Chi ha il colesterolo alto, o fattori di rischio cardiovascolare, dovrebbe seguire le indicazioni del proprio medico, che valuta il singolo caso e decide se e quando è necessaria una terapia. La biologia dell’intestino, un domani, potrebbe aggiungere qualcosa a questo quadro. Per ora resta una promettente pista di ricerca, non una scorciatoia.