Un positivo su quattro ha già una lesione da rimuovere: cosa dice davvero il test del sangue occulto

Avvertenza. Questo contenuto ha finalità informative e divulgative. Non sostituisce il parere del medico, la diagnosi o la prescrizione di un professionista sanitario. In presenza di sintomi intestinali persistenti rivolgersi al medico curante senza attendere l’invito allo screening.

Provetta di sangue in laboratorio per analisi del DNA e diagnosi precoce di malattie

Chi risulta positivo al test del sangue occulto nelle feci ha una probabilità compresa tra il 25 e il 30 per cento di avere un carcinoma o un adenoma avanzato. È il dato dell’Osservatorio Nazionale Screening, e spiega perché la colonscopia di approfondimento non è un passaggio facoltativo. Il problema è che al test, in molte zone d’Italia, non ci si arriva proprio.

I numeri dell’adesione

Il programma è gratuito e prevede l’invio della lettera a casa. Le percentuali di risposta, però, cambiano moltissimo a seconda di dove si abita.

Secondo i dati relativi al 2024, l’adesione all’invito è stata del 46,8 per cento al Nord. Al Centro si è fermata al 32,7 per cento.

Al Sud e nelle Isole si scende al 21,1 per cento. Una persona su cinque.

Nel complesso, nel 2024 sono state esaminate oltre 2 milioni e 760mila persone. Un numero in lieve aumento rispetto all’anno precedente e rispetto al periodo precedente alla pandemia.

Quanto riduce la mortalità, davvero

Su questo punto circolano cifre molto diverse tra loro, e vale la pena capire da dove arrivano.

Considerando l’intera popolazione invitata, la riduzione stimata della mortalità per tumore del colon-retto si aggira intorno al 20 per cento.

Le percentuali salgono se si guarda a chi aderisce con regolarità. I dati dell’Emilia-Romagna, riferiti ai soli partecipanti al programma regionale, indicano una mortalità inferiore del 65 per cento negli uomini e del 54 per cento nelle donne.

Sono due misure diverse e non vanno confuse. La prima dice quanto pesa il programma sulla popolazione, la seconda quanto protegge il singolo che fa il test.

Uno studio toscano ha misurato l’effetto nel tempo. Nell’area Empoli-Mugello, dove lo screening è attivo dai primi anni Ottanta, il tasso di mortalità per questo tumore è calato del 2,7 per cento ogni anno. Nelle zone dove il programma è partito quindici o vent’anni più tardi la riduzione annuale si è fermata all’1,3 per cento.

Perché non serve nessuna dieta

È l’informazione che più spesso manca, e che scoraggia molte persone.

Il test oggi in uso nei programmi di screening è il test immunochimico fecale, indicato con la sigla FIT. Utilizza anticorpi che riconoscono in modo specifico l’emoglobina umana.

Questo significa che il sangue eventualmente presente negli alimenti, come quello delle carni, non interferisce con il risultato.

Le restrizioni alimentari richieste dai vecchi test al guaiaco non servono più. Non occorre sospendere carne rossa, verdure crude o vitamina C nei giorni precedenti.

Il campione si raccoglie a casa, con il kit fornito, e si riconsegna nei punti indicati dalla propria azienda sanitaria.

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Cosa il test non vede

Nessun esame è perfetto, e conoscerne i limiti serve a interpretare il risultato.

Il FIT rileva la presenza di sangue non visibile a occhio nudo. Non individua lesioni che al momento del prelievo non stanno sanguinando.

È per questo che la negatività non equivale a un via libera definitivo, e il test va ripetuto secondo la cadenza prevista.

Esiste anche il caso opposto. Un risultato positivo non significa tumore: il sangue può provenire da emorroidi, ragadi, diverticoli o altre condizioni benigne.

Serve l’approfondimento proprio per capire da dove arriva.

La colonscopia di secondo livello

Qui si concentra la maggior parte dei timori, e in parte sono timori datati.

La colonscopia di approfondimento è gratuita e rientra nel percorso di screening.

Nella pratica attuale l’esame viene eseguito, nella maggior parte dei centri, con sedazione. Le modalità variano però da struttura a struttura: è una domanda da porre direttamente al centro che esegue l’esame, non un automatismo.

Perché la colonscopia previene, non solo diagnostica

C’è una differenza che distingue questo screening dagli altri.

La mammografia individua un tumore già formato. La colonscopia, invece, permette di rimuovere nel corso dello stesso esame i polipi adenomatosi.

Sono lesioni benigne che, nell’arco di anni, possono trasformarsi in carcinoma. Asportarle interrompe quel percorso prima che arrivi a compimento.

In altre parole, l’esame non si limita a trovare la malattia. Nella maggior parte dei casi impedisce che si formi.

Chi riceve la lettera e ogni quanto

Il programma organizzato si rivolge a uomini e donne tra i 50 e i 69 anni. Alcune regioni estendono l’invito fino ai 74.

La cadenza prevista è biennale.

In un numero limitato di aziende sanitarie viene proposta in alternativa la rettosigmoidoscopia, una sola volta nella vita, a partire dai 58 anni.

Il nodo dei tempi di attesa

C’è una criticità segnalata dagli stessi organismi di monitoraggio.

L’intervallo tra il test positivo e la colonscopia dovrebbe essere il più breve possibile, anche per contenere l’ansia di chi aspetta.

In alcune realtà, invece, quel tempo può superare i due mesi. È un problema di programmazione e di risorse assegnate ai programmi, non del singolo paziente.

Cosa fare se la lettera è arrivata

La lettera contiene le indicazioni operative della propria azienda sanitaria: dove ritirare il kit, come raccogliere il campione, dove riconsegnarlo.

Per chi ha familiarità con tumori del colon-retto, poliposi o malattie infiammatorie croniche intestinali il percorso può essere diverso da quello dello screening di popolazione. In quei casi la valutazione spetta al medico curante o allo specialista.

Sintomi come sanguinamento visibile, cambiamenti persistenti dell’alvo, dolore addominale continuo o calo di peso non spiegato non rientrano nello screening. Vanno riferiti al medico, indipendentemente dall’età e dalla lettera ricevuta.

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