Salim El Koudri: disturbo schizoide della personalità, cos’è e cosa succede quando si interrompono le cure

Il caso di Modena riporta al centro un tema che riguarda migliaia di famiglie italiane: la gestione dei disturbi psichiatrici, l'abbandono delle terapie e il silenzio che troppo spesso circonda chi soffre.

Il caso di Salim El Koudri, il 31enne fermato dopo l’investimento di sette persone nel centro di Modena il 16 maggio scorso, ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica un elemento che rischia di perdersi nel rumore politico: il giovane aveva ricevuto nel 2022 una diagnosi di disturbo schizoide della personalità, aveva iniziato un percorso terapeutico al Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia e lo aveva interrotto nel 2024, all’insaputa della famiglia.

“Ho bisogno di qualcuno che mi capisca”, avrebbe detto al suo avvocato durante il colloquio in carcere. Una frase che racconta qualcosa di più della vicenda giudiziaria.

Questo articolo non si occupa del processo, né delle polemiche politiche che hanno investito la vicenda. Si occupa di quello che succede quando una persona con un disturbo psichiatrico smette di curarsi — e di come riconoscerlo.

Cos’è il disturbo schizoide della personalità

Il disturbo schizoide della personalità è classificato nel DSM-5 tra i disturbi di personalità del gruppo A, quelli caratterizzati da comportamenti percepiti come eccentrici o stravaganti. Chi ne soffre tende a isolarsi socialmente, mostra scarso interesse per le relazioni interpersonali, appare emotivamente distaccato e ha difficoltà a esprimere sentimenti. Diversamente da quanto il nome potrebbe suggerire, non coincide con la schizofrenia, anche se condivide alcune caratteristiche superficiali.

Le persone con questo disturbo spesso non cercano aiuto spontaneamente, proprio perché percepiscono l’isolamento come normale o preferibile. Questo rende la diagnosi tardiva e il percorso terapeutico fragile.

Cosa succede quando si interrompono le cure

L’interruzione non supervisionata di un percorso psichiatrico è uno dei fattori di rischio più studiati in psichiatria clinica. Le ragioni per cui avviene sono molteplici: sensazione di stare meglio, effetti collaterali dei farmaci, mancanza di motivazione, stigma sociale, o semplicemente il convincimento che le cure non servano più.

Nel caso dei disturbi di personalità, l’interruzione può favorire la recrudescenza dei sintomi — inclusa la sensazione di essere perseguitati, che secondo quanto riferito dall’avvocato difensore era tra le motivazioni che avevano spinto El Koudri a rivolgersi al centro di salute mentale nel 2022.

I segnali che qualcosa non va, quando una persona interrompe le cure, sono spesso sottili: aumento dell’isolamento, comportamenti ripetitivi, lunghe ore trascorse da soli, parlare tra sé. Elementi che i familiari di El Koudri avrebbero notato nell’ultimo periodo, senza però conoscere la diagnosi.

Il problema del silenzio: la famiglia che non sa

Uno degli aspetti più delicati emersi dalla vicenda di Modena è che la famiglia non era a conoscenza né della diagnosi né del percorso terapeutico. Non è una situazione rara.

In Italia, la privacy del paziente psichiatrico è tutelata dalla legge, e il professionista sanitario non può comunicare informazioni ai familiari senza il consenso esplicito del paziente. Se il paziente non vuole che i propri cari sappiano, la famiglia rimane all’oscuro — anche quando il deterioramento è evidente.

Questo crea una zona grigia difficile da gestire: i familiari vedono qualcuno che sta chiaramente peggiorando, non sanno perché e non possono intervenire in modo strutturato. In molti casi, l’unica strada è il ricovero coatto tramite TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), uno strumento previsto dalla legge 833 del 1978, attivabile quando la persona rifiuta le cure e rappresenta un pericolo per sé o per altri.

Cosa può fare una famiglia

Se si sospetta che un proprio familiare stia attraversando una crisi psichiatrica — soprattutto se in passato ha ricevuto una diagnosi — è possibile:

  • rivolgersi al medico di base, che può attivare una valutazione urgente;
  • contattare direttamente il Centro di Salute Mentale territoriale, che ha il compito di prendere in carico anche i casi segnalati da terzi;
  • richiedere, nei casi più gravi, l’attivazione del TSO tramite il sindaco del comune di residenza, su proposta medica.

Non è semplice, e spesso ci si sente soli davanti a un sistema che fatica a rispondere con la rapidità che certi momenti richiederebbero. Ma conoscere gli strumenti disponibili può fare la differenza.

Una domanda che resta

“Ho bisogno di qualcuno che mi capisca”. Se quella frase fosse stata pronunciata prima — a un medico, a un familiare, a chiunque — forse il 16 maggio di Modena sarebbe stato solo un lunedì qualunque. Non possiamo saperlo. Quello che sappiamo è che i disturbi psichiatrici non trattati non spariscono da soli, e che il silenzio — quello del paziente, quello delle famiglie, quello di un sistema spesso sottofinanziato — ha un costo reale.

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⚕️ Nota editoriale

I contenuti pubblicati su SaluteLab hanno scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o le indicazioni terapeutiche di un medico o di un professionista sanitario qualificato. In caso di dubbi o sintomi, consulta sempre il tuo medico di fiducia.

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