Maldive, subacquei italiani morti: le ipotesi mediche sulle cause

Il vicepresidente della SIMSI spiega le possibili cause della morte dei cinque subacquei italiani alle Maldive: correnti, tossicità da ossigeno, monossido di carbonio.

Nota per il lettore: questo articolo ha contenuto medico-scientifico e tratta ipotesi fisiopatologiche formulate da un esperto qualificato. Le cause della morte dei cinque subacquei italiani nell’atollo di Vaavu non sono ancora state accertate ufficialmente. Nessuna delle informazioni qui contenute costituisce diagnosi clinica individuale sulle vittime né consiglio medico. Per qualsiasi dubbio sulla pratica delle immersioni subacquee, consultare uno specialista in medicina subacquea.

Cinque subacquei italiani esperti, due dei quali istruttori, sono morti il 14 maggio 2026 nell’atollo di Vaavu alle Maldive durante un’immersione in grotta a circa 60 metri di profondità. Le cause ufficiali non sono ancora state determinate: le autorità maldiviane attendono il recupero delle attrezzature e l’analisi dei computer subacquei. Nel frattempo, Pasquale Longobardi, direttore sanitario del Centro Iperbarico di Ravenna e vicepresidente della SIMSI (Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica), ha analizzato per Adnkronos Salute gli scenari fisiopatologici più probabili, precisando che si tratta di ipotesi basate sulle informazioni disponibili e non di conclusioni definitive.

Cosa può aver ucciso cinque professionisti a 60 metri di profondità

Il primo elemento che Longobardi sottolinea è la natura del gruppo: non subacquei occasionali, ma professionisti impegnati in un programma di ricerca scientifica, in possesso di autorizzazione specifica delle autorità maldiviane per immergersi a profondità superiori ai limiti ordinari previsti dalla legge locale. “Dalle poche informazioni disponibili sappiamo che i cinque sub erano esperti, formati e autorizzati dalle autorità maldiviane. Non erano sub ‘creativi’, persone che prendono l’aereo e fanno immersioni nel weekend, ma professionisti impegnati in un programma di ricerca scientifica”.

Questo dettaglio sposta l’analisi: se l’errore umano elementare è improbabile, le cause vanno cercate altrove.

Le correnti: la centrifuga verso il basso

L’ipotesi che Longobardi ritiene più plausibile riguarda le condizioni ambientali. Al momento dell’immersione era attiva un’allerta gialla nell’atollo di Vaavu, con correnti particolarmente forti. Nel contesto di un’immersione in grotta, le correnti non agiscono soltanto in orizzontale: possono spingere verso il basso con una forza che l’esperto paragona a quella di una centrifuga.

“L’immersione era in una grotta, che alle Maldive significa spesso piccoli anfratti, quindi è improbabile che abbiano esaurito la miscela respiratoria all’interno. In quel momento, però, era attiva un’allerta gialla e le correnti possono essere molto forti, arrivando a spingere verso il basso come una centrifuga. È possibile che uno di loro sia andato in difficoltà, che gli altri siano intervenuti per aiutarlo consumando rapidamente l’aria e che siano poi stati trascinati via dalla corrente”.

Lo scenario descritto è tecnicamente noto in medicina subacquea come effetto cascade: un sub in difficoltà provoca una risposta di soccorso da parte dei compagni, che esauriscono rapidamente la propria autonomia respiratoria nel tentativo di assistenza. In condizioni di corrente forte, la risalita controllata diventa impossibile.

Il nitrox oltre i 40 metri: il rischio di tossicità da ossigeno

La legge maldiviana vieta di default le immersioni oltre i 30 metri. Al di sopra di quel limite, impone l’uso di aria. I cinque italiani avevano invece un’autorizzazione specifica per scendere più in profondità, e Longobardi ipotizza che potessero avere a disposizione nitrox, una miscela arricchita in ossigeno.

“Alle Maldive non è consentito per legge immergersi a 50 metri di profondità, ma a loro era stata concessa un’autorizzazione specifica. Quando si scende a quelle profondità bisogna pianificare con attenzione anche la miscela di gas respirata. In genere si utilizza aria, ma nel caso dei cinque sub italiani è possibile che sia stato impiegato nitrox, una miscela di azoto e ossigeno. Il nitrox aumenta la quantità di ossigeno nelle bombole e riduce il rischio di incidenti da decompressione, ma non dovrebbe essere usato oltre i 40 metri, perché può provocare convulsioni“.

La tossicità da ossigeno ad alta pressione parziale (iperossia) è una delle cause di morte meno visibili nelle immersioni profonde: il subacqueo può perdere i sensi senza preavviso, rendendo impossibile qualsiasi manovra di emergenza. A differenza dell’esaurimento dell’aria, non lascia segnali percepibili prima della crisi.

La precisazione finale di Longobardi è rilevante dal punto di vista normativo comparato: “Alle Maldive per legge non ci si può immergere oltre i 30 metri; se lo si fa bisogna utilizzare aria, mentre nel resto del mondo, Italia compresa, a quelle profondità si usano normalmente miscele contenenti elio”. L’elio, nei gas tecnici da immersione profonda, riduce la densità del gas respirato e abbassa il rischio di narcosi da azoto, problema che emerge già a profondità relativamente modeste.

Il monossido di carbonio nelle bombole: il “veleno bianco”

La terza ipotesi che Longobardi prende in esame è di natura tecnica: un difetto nel compressore utilizzato per caricare le bombole può introdurre monossido di carbonio nella miscela respiratoria. Il CO è inodore e incolore, quindi impossibile da rilevare senza strumentazione apposita, e agisce bloccando il trasporto di ossigeno nel sangue.

“Quando vengono caricate le bombole, un difetto del compressore può provocare un’intossicazione da monossido di carbonio, il cosiddetto ‘veleno bianco’, che è inodore. Tuttavia, stiamo parlando di sub molto esperti, due di loro erano istruttori, quindi è difficile pensare a un errore nella scelta del gas o a una violazione, anche involontaria, delle normative maldiviane”.

Longobardi non esclude questa ipotesi, ma la considera meno probabile proprio per il profilo professionale dei subacquei coinvolti. La contaminazione da CO nelle bombole è un incidente che si verifica principalmente quando i compressori non sono correttamente manutenuti o posizionati vicino a fonti di combustione.

Cosa diranno le attrezzature recuperate

L’intera analisi medica converge su un punto: senza le attrezzature e i computer subacquei, le ipotesi rimangono tali. I computer subacquei registrano in modo continuo la profondità raggiunta, la frequenza respiratoria, la pressione residua nelle bombole e il profilo di risalita. Sono la scatola nera dell’immersione.

“Basterà analizzare i computer subacquei che avevano con sé per ricostruire il profilo dell’immersione: capire se fossero realmente a 50 metri, se siano scesi ancora di più oppure se fossero già risaliti verso i 30 metri”.

Longobardi precisa anche il valore diagnostico dell’analisi delle bombole: “Se nelle bombole c’era aria, allora la causa della morte difficilmente sarebbe attribuibile a un errore di programmazione dell’immersione”. Al 15 maggio 2026, un solo corpo è stato recuperato. Gli altri quattro si trovano ancora all’interno della grotta a 60 metri. Le operazioni di recupero sono rallentate dalle condizioni meteorologiche avverse nell’atollo di Vaavu. Solo quando tutte le attrezzature saranno analizzate sarà possibile avere certezze.

“La miscela corretta permette di immergersi in sicurezza”

La conclusione di Longobardi non è una lettura catastrofista dell’immersione in profondità, ma una presa di posizione tecnica precisa: i rischi esistono, sono noti, e si gestiscono con la pianificazione corretta. “Immergersi in sicurezza è possibile scegliendo la miscela corretta”.

La tragedia di Vaavu, nelle parole dell’esperto, ha tutte le caratteristiche di un incidente in cui le variabili ambientali, e non l’impreparazione, hanno avuto un peso decisivo. Ma questa, per ora, resta un’ipotesi. La risposta definitiva arriverà dai laboratori, non dal mare.

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Che cos’è il nitrox e perché è pericoloso oltre i 40 metri?

Il nitrox è una miscela di azoto e ossigeno con percentuale di ossigeno superiore a quella dell’aria standard (21%). Aumenta l’autonomia subacquea e riduce il rischio di malattia da decompressione a profondità moderate. Oltre i 40 metri, però, la pressione parziale dell’ossigeno raggiunge valori che possono causare tossicità acuta del sistema nervoso centrale, con convulsioni improvvise e perdita di coscienza.

Cos’è la malattia da decompressione e in che modo differisce dalla tossicità da ossigeno?

La malattia da decompressione si verifica quando il subacqueo risale troppo rapidamente, provocando la formazione di bolle di gas nel sangue e nei tessuti. I sintomi compaiono minuti o ore dopo l’immersione. La tossicità da ossigeno, invece, è acuta: si manifesta durante l’immersione stessa, senza preavviso, con convulsioni o perdita di coscienza. Le due condizioni richiedono trattamenti diversi.

Come può il monossido di carbonio finire nelle bombole da sub?

Il monossido di carbonio entra nelle bombole quando il compressore usato per caricarle aspira aria contaminata, ad esempio da gas di scarico di un motore diesel nelle vicinanze. Il CO è inodore e invisibile, quindi il subacqueo non avverte nulla di anomalo durante l’immersione. L’intossicazione provoca mal di testa, nausea e poi perdita di coscienza, spesso confondendosi con altri malesseri subacquei.

Cos’è il cave diving e quali certificazioni sono necessarie per praticarlo in sicurezza?

Il cave diving è l’immersione in ambienti chiusi o semichusi, come grotte subacquee, dove non è possibile la risalita diretta verso la superficie. È considerata una delle discipline subacquee più tecnicamente impegnative. Le principali agenzie certificatrici (PADI, TDI, IANTD) rilasciano brevetti specifici per il cave diving che richiedono formazione avanzata nella gestione del gas, nell’orientamento in ambienti bui e nelle procedure di emergenza in spazi confinati.

⚕️ Nota editoriale

I contenuti pubblicati su SaluteLab hanno scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o le indicazioni terapeutiche di un medico o di un professionista sanitario qualificato. In caso di dubbi o sintomi, consulta sempre il tuo medico di fiducia.

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