Ebola: 10 Paesi africani a rischio, 900 casi in Congo. Gli esperti italiani spiegano cosa rischia davvero l’Europa
L’epidemia di Ebola Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo si allarga e coinvolge ora tre province, con oltre 900 casi sospetti identificati e 101 confermati in laboratorio, secondo il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. Mentre l’Africa CDC identifica dieci Paesi africani a rischio di contagio, due esperti italiani di primo piano rispondono alla domanda che molti si pongono: cosa rischia davvero l’Europa, e l’Italia in particolare?
Indice dell'articolo
- 1 Il quadro epidemiologico aggiornato: 900 casi, 101 confermati
- 2 I 10 Paesi africani a rischio: l’allerta di Africa CDC
- 3 Rezza: “In Occidente il rischio non è escluso, ma è gestibile”
- 4 Pregliasco: “Irresponsabile sottovalutare. Le epidemie non si fermano ai confini”
- 5 Cosa fare se si rientra da aree colpite
Il quadro epidemiologico aggiornato: 900 casi, 101 confermati
“Con il rafforzamento delle attività di sorveglianza nella lotta contro l’Ebola nella RDC, sono stati identificati finora più di 900 casi sospetti, di cui 101 confermati”, ha scritto Ghebreyesus su X domenica. È la prima volta che l’OMS comunica ufficialmente il numero dei casi confermati in laboratorio, una cifra che offre una misura più precisa della diffusione reale rispetto al solo conteggio dei sospetti.
Il bilancio del Ministero della Salute congolese di sabato parlava di 204 morti su 867 casi sospetti in tre province. L’OMS aveva riportato venerdì 177 morti su 750 casi. La progressione è rapida: dal 16 maggio, quando l’OMS dichiarò il PHEIC con 246 casi e 80 morti, i casi sospetti sono aumentati di quasi quattro volte in dieci giorni. Secondo Rezza, “la curva di crescita è molto rapida e l’epidemia sarebbe cominciata intorno a fine marzo”, un dato che sposta significativamente indietro la timeline rispetto al primo caso ufficialmente segnalato in aprile.
Il ceppo Bundibugyo presenta un tasso di letalità che può raggiungere il 50%. Negli ultimi cinquant’anni l’Ebola ha causato oltre 15mila morti in Africa, con tassi di mortalità variabili tra il 25% e il 90% a seconda del ceppo e delle condizioni di risposta sanitaria.
I 10 Paesi africani a rischio: l’allerta di Africa CDC
Il presidente di Africa CDC Jean Kaseya ha identificato dieci Paesi africani attualmente a rischio di contagio: Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia. L’agenzia sanitaria dell’Unione Africana chiede un rafforzamento immediato della sorveglianza, del tracciamento dei contatti e dei laboratori diagnostici in tutti questi Paesi.
Il nuovo focolaio nel Sud Kivu, provincia controllata in parte dalla ribellione AFC/M23, è un segnale concreto di questa espansione. Due casi confermati e un decesso sono stati registrati nella zona di Miti-Murhesa, a circa 20 chilometri da Bukavu. L’instabilità armata ostacola l’accesso delle squadre sanitarie. In Uganda, due nuovi operatori sanitari di una struttura privata di Kampala sono risultati positivi, portando il totale dei casi confermati nel Paese a sette.

Rezza: “In Occidente il rischio non è escluso, ma è gestibile”
Il professor Gianni Rezza, professore di Igiene e Sanità pubblica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, offre all’ANSA una valutazione calibrata sul rischio per l’Europa. “Il rischio che il virus Ebola possa arrivare in Occidente non è escluso, ma si tratterebbe comunque di un rischio controllabile e di un evento gestibile”.
La condizione perché il virus raggiunga l’Europa, spiega Rezza, è che “l’epidemia si dovesse diffondere in modo molto ampio in Africa interessando anche città con aeroporti intercontinentali”. In quel caso, però, l’esperto rassicura sulla capacità di risposta: “Anche se un soggetto infetto asintomatico dovesse partire e raggiungere un Paese europeo, sviluppando solo dopo i sintomi della malattia, la situazione sarebbe controllabile isolando immediatamente il soggetto a fronte di sintomi che si presentano da subito gravi”.
Il motivo per cui un’amplificazione in Europa sarebbe improbabile è preciso: “Ciò che ha determinato il moltiplicarsi dei contagi in Africa sono stati principalmente i riti funebri che hanno determinato contatti diretti con i defunti infetti e le critiche condizioni negli ospedali. Ovvero situazioni che non si presenterebbero nei Paesi europei”.
Sul rischio globale, Rezza conclude: “Per l’OMS il rischio a livello globale resta comunque basso perché Ebola, se identificata prontamente, è facilmente controllabile. Per il momento l’OMS non raccomanda particolari misure a livello globale”.
Pregliasco: “Irresponsabile sottovalutare. Le epidemie non si fermano ai confini”
Il professor Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università degli Studi di Milano La Statale, mantiene una posizione più cauta. “L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è un segnale che il mondo non può permettersi di ignorare. Non siamo davanti a uno scenario da pandemia globale come il Covid, perché Ebola ha modalità di trasmissione molto diverse e meno efficienti, ma il rischio di espansione regionale africana è concreto e serio ed è irresponsabile sottovalutare il problema per Europa e Italia”.
Sull’allerta di Africa CDC per i dieci Paesi: “Quando Africa CDC parla di dieci Paesi a rischio, sta lanciando un messaggio preciso: bisogna rafforzare immediatamente sorveglianza, tracciamento, laboratori e cooperazione internazionale. L’Europa e l’Italia oggi non sono in una situazione di emergenza sanitaria imminente, ma sarebbe irresponsabile sottovalutare il problema. Dopo il Covid dovremmo aver imparato una lezione fondamentale: le epidemie non si fermano ai confini”.
La conclusione di Pregliasco è un invito all’investimento preventivo: “La sicurezza sanitaria italiana si difende anche sostenendo la risposta sanitaria nei Paesi colpiti. Servono investimenti nella preparedness, nella medicina delle malattie infettive e nel coordinamento con OMS e Africa CDC. La prevenzione costa sempre meno dell’improvvisazione”.
Cosa fare se si rientra da aree colpite
L’ECDC mantiene la valutazione di rischio molto basso per la popolazione europea. Il virus si trasmette esclusivamente per contatto diretto con fluidi corporei di persone già sintomatiche. Il periodo di incubazione è di 2-21 giorni. Chi ha soggiornato nelle province orientali della RDC, in Uganda o nelle zone di confine del Sud Sudan negli ultimi 21 giorni e sviluppa febbre alta, malessere, vomito, diarrea o qualsiasi sanguinamento anomalo deve contattare immediatamente il proprio medico o il 118, segnalando la storia di viaggio, senza recarsi autonomamente in strutture sanitarie.