Immunomodulatori, cosa sono e quando vengono usati nelle malattie autoimmuni

Un immunomodulatore modifica l’attività del sistema immunitario: può attenuarla, regolarla, indirizzarla diversamente o, più raramente, stimolarla. Un immunosoppressore esercita invece un’azione più ampia o intensa sulle difese immunitarie, anche se tra le due categorie esistono sovrapposizioni.

Un immunomodulatore è una sostanza o un farmaco capace di modificare l’attività del sistema immunitario. Può ridurne alcune risposte, regolarle, indirizzarle verso bersagli differenti oppure, più raramente, stimolarle. Non significa quindi necessariamente “spegnere” le difese. Nelle malattie autoimmuni, per esempio, l’obiettivo può essere intervenire su determinati meccanismi dell’infiammazione senza bloccare indistintamente tutta l’attività immunitaria.

La distinzione diventa particolarmente utile quando si confrontano immunomodulatori e immunosoppressori, termini vicini ma non equivalenti.

Come agiscono gli immunomodulatori sul sistema immunitario

L’immunomodulazione consiste nel modificare una risposta immunitaria ritenuta eccessiva, mal indirizzata o insufficiente.

Nelle malattie autoimmuni, il sistema immunitario può rivolgersi contro tessuti dell’organismo. A seconda della patologia possono essere coinvolti pelle, articolazioni, intestino o sistema nervoso.

La terapia può quindi puntare a ridurre determinate vie infiammatorie invece di sopprimere tutte le difese.

Nella sclerosi multipla, per esempio, interferoni beta e acetato di glatiramer vengono descritti come trattamenti capaci di modificare l’andamento della malattia.

Questo aiuta a comprendere perché la parola “immunomodulatore” comprenda farmaci con meccanismi anche molto differenti.

Qual è la differenza con un immunosoppressore

Un immunosoppressore riduce l’attività del sistema immunitario in maniera generalmente più ampia o più marcata.

Può essere impiegato per prevenire il rigetto dopo un trapianto, controllare forme severe di malattie autoimmuni o contenere processi infiammatori importanti.

Tra i medicinali tradizionalmente associati all’immunosoppressione rientrano:

  • corticosteroidi utilizzati a lungo termine;
  • ciclosporina;
  • tacrolimus;
  • azatioprina;
  • metotrexato;
  • micofenolato.

La separazione tra le due categorie, tuttavia, non è assoluta.

Molti farmaci definiti immunomodulatori riducono comunque specifiche risposte immunitarie e producono quindi anche una quota di immunosoppressione.

La differenza dipende soprattutto da quale bersaglio viene colpito e con quale intensità.

In quali malattie vengono utilizzati

Gli immunomodulatori trovano impiego in diverse patologie infiammatorie e autoimmuni.

Tra quelle indicate rientrano sclerosi multipla, psoriasi, reumatismi infiammatori, malattie infiammatorie croniche intestinali, lupus, dermatite atopica severa e alcune forme di eczema.

La scelta del trattamento dipende dalla malattia e dal meccanismo che si intende modificare.

In dermatologia, per esempio, alcune terapie biologiche utilizzate nella psoriasi agiscono su precise vie dell’infiammazione, tra cui TNF-alfa, interleuchina 17 e interleuchina 23.

CategoriaCaratteristica indicataEsempi
ImmunomodulatoriModificano specifiche risposte immunitarieInterferoni beta, acetato di glatiramer
ImmunosoppressoriRiducono l’attività immunitaria in modo più ampio o intensoCiclosporina, tacrolimus, azatioprina
Anticorpi monoclonaliFarmaci spesso riconoscibili dal suffisso “-mab”Adalimumab, ustekinumab, secukinumab, dupilumab
Proteine di fusionePossono terminare in “-cept”Etanercept
Piccole molecoleAlcune terminano in “-inib”Inibitori delle Janus chinasi

Cosa possono indicare i nomi dei farmaci

La denominazione di alcuni medicinali può offrire un’indicazione sulla famiglia a cui appartengono.

Gli anticorpi monoclonali terminano frequentemente in “-mab”. Tra gli esempi riportati figurano adalimumab, ustekinumab, secukinumab e dupilumab.

Le proteine di fusione possono avere il suffisso “-cept”, come etanercept.

Alcune piccole molecole terminano invece in “-inib”. È il caso, tra gli altri, degli inibitori delle Janus chinasi impiegati in diverse malattie infiammatorie.

Il suffisso, da solo, non spiega naturalmente l’intera azione del farmaco, ma può aiutare a riconoscerne la famiglia.

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Perché alcune terapie aumentano il rischio di infezioni

Modificare una risposta immunitaria significa intervenire anche sulla capacità dell’organismo di reagire ad alcuni microrganismi.

Uno degli effetti da considerare è quindi l’aumento del rischio di determinate infezioni.

Per alcune terapie biologiche utilizzate nella psoriasi può essere necessario eseguire controlli per individuare eventuali infezioni prima dell’inizio del trattamento.

Possono inoltre verificarsi reazioni nel punto dell’iniezione.

La sorveglianza dipende dalla terapia utilizzata e dal tipo di risposta immunitaria che viene modificata.

Non tutti gli immunomodulatori presentano infatti lo stesso profilo e non tutti intervengono sulle medesime vie biologiche.

Perché “immunomodulatore” non significa automaticamente più difese

Una possibile fonte di confusione nasce dall’idea che modulare il sistema immunitario significhi necessariamente rafforzarlo.

Non è così.

Un immunomodulatore può attenuare una risposta, modificarne l’orientamento o regolarne alcuni componenti. La stimolazione rappresenta soltanto una delle possibili modalità d’azione ed è meno frequente rispetto agli altri meccanismi descritti.

Questo aspetto è particolarmente evidente nelle malattie autoimmuni, nelle quali una risposta troppo intensa o diretta contro i tessuti dell’organismo deve essere controllata, non potenziata.

Cosa sapere sui cosiddetti immunomodulatori naturali

Con l’espressione “immunomodulatori naturali” vengono spesso indicati prodotti a base di piante, funghi o probiotici ai quali viene attribuita la capacità di sostenere le difese immunitarie.

Questi prodotti non vanno però considerati equivalenti alle terapie prescritte per una malattia autoimmune o infiammatoria.

Non devono sostituire i trattamenti utilizzati per sclerosi multipla, psoriasi severa o altre patologie che richiedono un intervento farmacologico specifico.

Lo stesso vale, a maggior ragione, nelle persone sottoposte a trapianto e trattate per prevenire il rigetto.

Perché la terapia deve essere valutata caso per caso

La parola immunomodulatore raccoglie farmaci molto diversi tra loro.

Alcuni agiscono su una particolare citochina, altri modificano specifiche cellule o vie immunitarie, altri ancora hanno effetti più ampi.

Anche il grado di immunosoppressione può cambiare.

Per questo non è possibile dedurre rischi, benefici o controlli necessari semplicemente dalla categoria generale del medicinale.

In presenza di dubbi sulla terapia, sugli effetti indesiderati o sull’uso contemporaneo di prodotti presentati come “naturali”, l’indicazione è rivolgersi al proprio medico.

⚕️ Nota editoriale

I contenuti pubblicati su SaluteLab hanno scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o le indicazioni terapeutiche di un medico o di un professionista sanitario qualificato. In caso di dubbi o sintomi, consulta sempre il tuo medico di fiducia.

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