Coronavirus: il plasma dei convalescenti è una terapia sicura?

La terapia con il plasma dei guariti da Coronavirus è sempre più utilizzata e, secondo diversi studi, non comporta effetti collaterali.

Per dire con certezza che il plasma dei convalescenti da Covid-19 rappresenta un’alternativa risolutiva contro il Coronavirus è ancora presto. Una cosa certa però c’è: sulla base degli studi fino ad ora effettuati, questo approccio terapeutico è sicuro e non comporta effetti collaterali gravi.

Il parere dell’esperta

Secondo la Dottoressa Karine Lacomb, infettivologa e capo-servizio dell’ospedale parigino di Saint-Antoine, dal momento che i numeri sono limitati, la sopravvivenza globale è da considerarsi come un criterio secondario.

In ogni caso, oggi come oggi si sta lavorando con degli studi adattivi che, come fatto presente sempre dalla Lacomb, consentono di potenziare il numero di pazienti inclusi nel momento in cui un trattamento si rivela efficace.

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I precedenti della terapia

Tornando alla terapia con il plasma dei convalescenti, ricordiamo che non è la prima volta che viene utilizzata. In passato, per esempio, è stata somministrata ai pazienti con il morbillo, permettendo di ottenere risultati interessanti. Lo stesso non si è potuto dire per i soggetti con diagnosi di ebola.

Per quel che concerne la SARS e la MERS, malattie molto simili al Covid-19, la comunità scientifica ha in mano una serie di prove. Inoltre, grazie a recenti studi, sappiamo che si tratta di una terapia mediamente sicura, ossia non in grado di causare effetti collaterali pericolosi per la salute.

La Dottoressa Lacomb, intervistata dalla redazione del sito Futura Santé, ha fatto presente che, per il momento, per quel che concerne la sicurezza della terapia tutto procede come previsto. Su quali basi scientifiche si fonda il trattamento? Sul trasferimento della cosiddetta immunità passiva.

Il trasferimento del plasma di chi ha già sviluppato gli anticorpi a una persona attualmente malata potrebbe rivelarsi utile per combattere il virus anche nei casi di soggetti immunocompromessi, che non hanno sempre la capacità di sviluppare un’adeguata risposta immunitaria.

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