Disturbo da Lutto Prolungato: cos’è il PGD, come si riconosce e quali trattamenti esistono
⚕️ Disclaimer medico — I contenuti di questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e divulgative. Non sostituiscono in nessun caso il parere, la diagnosi o la terapia di un medico o di uno psichiatra. Se stai attraversando un periodo di lutto difficile o ritieni di riconoscere i sintomi descritti, rivolgiti al tuo medico di base o a uno specialista della salute mentale.
La notizia di Wendy Duffy — ex assistente sociale britannica di 56 anni, fisicamente sana, che ha scelto il suicidio assistito presso la clinica svizzera Pegasos dopo la morte del figlio Marcus, avvenuta quattro anni fa — ha riaperto il dibattito pubblico su un tema clinico ancora poco noto in Italia: il Disturbo da Lutto Prolungato. La donna ha già viaggiato verso la clinica svizzera, dopo aver pagato £10.000, avendo attraversato anni di terapia e trattamento con antidepressivi senza riuscire a elaborare la perdita del figlio Marcus, 23 anni, morto per soffocamento accidentale.
Il caso pone una domanda clinicamente rilevante: esiste un confine tra lutto normale e lutto patologico? La risposta, nella psichiatria contemporanea, è sì e dal 2022 ha anche un nome ufficiale.
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Cos’è il Prolonged Grief Disorder (PGD)
Il Disturbo da Lutto Prolungato, in inglese Prolonged Grief Disorder (PGD), è stato introdotto come categoria diagnostica autonoma nel DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione, testo revisionato) nel 2022. È incluso anche nell’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il PGD si distingue dal lutto normale perché in quest’ultimo il dolore tende a diminuire entro il primo anno, con l’emergere progressivo di emozioni positive accanto alla tristezza. Nel disturbo da lutto prolungato, invece, gli episodi di dolore sono frequenti, prolungati e di maggiore intensità, con una persistente nostalgia per il defunto e difficoltà ad accettarne la morte.
I criteri diagnostici del DSM-5-TR richiedono che i sintomi siano presenti per almeno 12 mesi (6 mesi nei bambini) dopo la perdita e che causino una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti della vita.
I sintomi principali
I sintomi più utili per distinguere il PGD dal lutto non complicato includono: intensa sensazione di shock o incredulità per la morte, pensieri intrusivi sul defunto, risentimento per la perdita, ottundimento emotivo, compromissione funzionale, ostilità e comportamenti di evitamento dei ricordi legati alla perdita.
Wendy Duffy ha descritto con precisione questa esperienza in termini che rispecchiano il quadro clinico. Ha raccontato di non riuscire più a provare emozioni: “Andavo ai funerali dopo la morte di Marcus e non sentivo nulla. È per questo che ho dovuto smettere di lavorare. Non puoi fare l’assistente sociale se non ti importa, e mi dispiace, ma non mi importa di nulla. Esisto. Non vivo”: È importante sottolineare che queste dichiarazioni sono riportate per illustrare la fenomenologia soggettiva del disturbo, non come base per formulare una valutazione clinica sulla sua condizione.
La differenza tra PGD, depressione e PTSD
Il PGD viene spesso confuso con la depressione maggiore o con il disturbo da stress post-traumatico. Nel PGD persiste un intenso senso di rimpianto per il defunto specifico, mentre nella depressione il senso di svuotamento è più generalizzato. Nella depressione il futuro è percepito come privo di significato in senso ampio; nel PGD il significato si è perso specificamente con quella persona. La distinzione è rilevante perché i trattamenti non sono sovrapponibili.
Fattori di rischio e tipi di perdita
Non tutti i lutti evolvono in PGD. La letteratura scientifica ha identificato alcuni fattori che aumentano la vulnerabilità: la perdita improvvisa o traumatica, la perdita di un figlio, una relazione di attaccamento particolarmente intensa con il defunto, la presenza di tratti di personalità dipendente, la mancanza di supporto sociale e precedenti episodi depressivi.
Nel caso di Wendy Duffy, molti di questi fattori erano presenti: la morte di un figlio giovane, avvenuta in modo improvviso e accidentale, in assenza di preavviso o malattia che avesse preparato la perdita. La clinica Pegasos ha confermato che Wendy ha superato una valutazione psichiatrica approfondita. Il fondatore di Pegasos, Ruedi Habegger, ha dichiarato: “Wendy è molto decisa. Ho avuto una lunga conversazione con lei e con lo psichiatra che la incontrerà una seconda volta prima della morte assistita. È molto fiducioso che stiamo facendo la cosa giusta lasciandola andare”.
Questo articolo non commenta né valuta quella scelta individuale. Riporta i fatti accertati e li utilizza come punto di partenza per un’informazione clinicamente utile.
I trattamenti disponibili per il PGD
L’inclusione del PGD nel DSM-5-TR ha accelerato la ricerca sui trattamenti. La terapia considerata ad oggi più efficace è la Prolonged Grief Disorder Therapy (PGDT), sviluppata dalla professoressa M. Katherine Shear del Center for Complicated Grief della Columbia University. Si tratta di un approccio psicoterapeutico strutturato che combina elementi di terapia cognitivo-comportamentale, terapia interpersonale e tecniche di rielaborazione del trauma.
Molte cliniche svizzere rifiutano i casi psichiatrici in assenza di malattia fisica. Il fatto che Pegasos accetti questo tipo di richieste, previo rispetto di criteri molto stringenti e valutazione psichiatrica multipla, ha riaperto il dibattito internazionale sui limiti del suicidio assistito per sofferenza psichiatrica non terminale.
In Italia il suicidio assistito non è legale nella forma praticata in Svizzera. I percorsi di supporto per il lutto complicato passano attraverso il medico di base, i servizi di salute mentale del territorio (CSM) e professionisti specializzati in psicoterapia del lutto.
Quando chiedere aiuto
Il segnale più importante non è la durata del dolore, ma la sua intensità e la sua capacità di compromettere la vita quotidiana. Se dopo un anno dalla perdita si avvertono i seguenti indicatori, può essere utile parlarne con un professionista della salute mentale:
- incapacità di provare emozioni o, al contrario, stati emotivi travolgenti che impediscono le normali attività
- ritiro persistente da relazioni sociali e lavorative
- sensazione che la vita abbia perso qualsiasi significato
- pensieri intrusivi e ricorrenti sulla persona scomparsa
- difficoltà ad accettare che la perdita sia definitiva
Il Prolonged Grief Disorder è una condizione clinica riconosciuta e trattabile. Riconoscerla non significa sminuire il dolore per la perdita ma significa dargli un nome e aprire la porta a percorsi di supporto efficaci.
🆘 Se stai attraversando un momento difficile, puoi contattare il Telefono Amico al 02 2327 2327 oppure il Telefono Azzurro al 19696. Per una crisi acuta, il Telefono di ascolto del Ministero della Salute è attivo al 800 274 274 (gratuito). Rivolgiti sempre al tuo medico di base per un orientamento ai servizi di salute mentale del tuo territorio.
È una condizione psichiatrica riconosciuta dal DSM-5-TR (2022) e dall’ICD-11. Si distingue dal lutto normale perché il dolore non diminuisce nel tempo e compromette significativamente il funzionamento quotidiano. Non tutti i lutti evolvono in PGD: la diagnosi richiede una valutazione clinica specialistica da parte di uno psichiatra o psicologo.
Il DSM-5-TR indica come soglia temporale almeno 12 mesi dalla perdita negli adulti e almeno 6 mesi nei bambini. La durata da sola non è sufficiente: occorre che il dolore sia di intensità persistente, che generi nostalgia intensa per il defunto e che comprometta il funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree rilevanti.
La Prolonged Grief Disorder Therapy (PGDT), sviluppata dalla prof.ssa M. Katherine Shear alla Columbia University, è l’approccio con maggiore evidenza scientifica. Integra elementi di terapia cognitivo-comportamentale, terapia interpersonale e tecniche di rielaborazione del trauma. Anche la farmacoterapia — in particolare gli antidepressivi SSRI — può essere indicata, ma la sola terapia farmacologica non è considerata sufficiente.
In Svizzera il suicidio assistito è regolato dall’art. 115 del Codice Penale e non è vietato purché non vi sia movente egoistico da parte di chi assiste. Alcune cliniche, come Pegasos, accettano anche domande basate su sofferenza psichiatrica in assenza di malattia fisica terminale, previo iter valutativo che include più colloqui psichiatrici. Non tutte le cliniche svizzere di suicidio assistito adottano questa policy.
Il primo punto di accesso è il medico di base, che può indirizzare verso i Centri di Salute Mentale (CSM) presenti su tutto il territorio nazionale. In alternativa, è possibile consultare uno psicologo o psicoterapeuta specializzato in psicoterapia del lutto. In fase di crisi, il numero 800 274 274 del Ministero della Salute è gratuito e attivo.