Un farmaco per la prostata mostra effetti contro il tumore al seno: cosa ha scoperto l’Università della Calabria
Lo studio dell'Università della Calabria su Cell Death and Discovery dimostra che la silodosina inibisce le cellule del carcinoma mammario, anche triplo negativo.
⚕️ Avviso medico importante Questo articolo ha esclusivo scopo informativo e divulgativo. I contenuti non costituiscono consulenza medica, non sostituiscono il parere del medico curante e non devono essere utilizzati per l’autodiagnosi o l’automedicazione. La silodosina non è attualmente approvata per il trattamento del carcinoma mammario. Lo studio descritto è di fase preclinica (in vitro e in silico). Per qualsiasi dubbio relativo alla propria salute, rivolgersi sempre a un professionista sanitario qualificato.
Indice dell'articolo
- 1 Silodosina e carcinoma mammario: uno studio preclinico italiano apre una nuova direzione di ricerca
- 2 Cos’è la silodosina e perché si parla di riposizionamento farmacologico
- 3 Il meccanismo d’azione: doppio bersaglio e attività sui modelli tridimensionali
- 4 Il carcinoma mammario triplo negativo: perché è ancora una sfida aperta
- 5 Cosa significa “studio preclinico” e quali sono i passi successivi
Silodosina e carcinoma mammario: uno studio preclinico italiano apre una nuova direzione di ricerca
Un farmaco già in commercio, da anni usato per l’ipertrofia prostatica benigna, ha mostrato per la prima volta un’efficacia antitumorale sui modelli cellulari del carcinoma mammario umano. Lo studio è stato condotto dai ricercatori del Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione dell’Università della Calabria, coordinati dal professor Michele Pellegrino e dalla professoressa Paola Tucci, ed è stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Discovery del gruppo Nature nell’aprile 2026.
I risultati, ottenuti in vitro e mediante simulazioni computazionali, mostrano che la silodosina inibisce la proliferazione delle cellule tumorali mammarie, induce apoptosi – la morte cellulare programmata – e riduce la capacità di migrazione delle cellule, anche nelle forme biologicamente più ostiche da trattare.
In Italia, nel 2024, sono state stimate quasi 53.700 nuove diagnosi di tumore al seno, il più frequente nella popolazione femminile. Di queste, circa il 15% appartiene al sottotipo triplo negativo — quello che non risponde alla terapia ormonale né ai farmaci anti-HER2, e per cui le opzioni terapeutiche restano storicamente le più limitate. È proprio su questo sottotipo che i risultati della ricerca calabrese mostrano una delle attività più significative.
Cos’è la silodosina e perché si parla di riposizionamento farmacologico
La silodosina è un alfa-bloccante selettivo, approvato e commercializzato da anni per il trattamento dei sintomi urinari associati all’ipertrofia prostatica benigna. Agisce bloccando il recettore adrenergico alfa-1A, riducendo la tensione della muscolatura liscia del tratto urinario inferiore. Il suo profilo di tollerabilità è consolidato dalla pratica clinica.
Il suo impiego nell’oncologia mammaria non era mai stato studiato prima di questo lavoro. L’idea che lo sostiene appartiene a un filone di ricerca chiamato drug repurposing — o riposizionamento farmacologico — che punta a identificare nuove indicazioni terapeutiche per molecole già approvate dalle autorità regolatorie. Il vantaggio non è solo economico: poiché il profilo di sicurezza è già documentato, i tempi necessari per passare dalla ricerca preclinica alla sperimentazione clinica si riducono sensibilmente rispetto allo sviluppo di un nuovo composto da zero.
Il meccanismo d’azione: doppio bersaglio e attività sui modelli tridimensionali
La parte più rilevante dal punto di vista scientifico riguarda il meccanismo con cui la silodosina agisce sulle cellule tumorali. I risultati dimostrano che la molecola è in grado di inibire la proliferazione e la crescita delle cellule tumorali mammarie, sia estrogeno-responsive sia non responsive, inducendo arresto del ciclo cellulare e apoptosi.
Ma c’è un elemento ulteriore che ha attirato l’attenzione dei ricercatori. Come spiegano Pellegrino e Tucci, la silodosina non agisce soltanto sul recettore adrenergico alfa-1A — il suo bersaglio classico in campo urologico. Nei modelli sperimentali, la molecola ha mostrato la capacità di legarsi anche ai recettori degli estrogeni, che sono tra i principali driver biologici dello sviluppo di molti carcinomi mammari. Questo suggerisce un’azione a doppio bersaglio: un meccanismo che, in oncologia, tende ad aumentare l’efficacia rispetto all’inibizione di un singolo percorso biologico.
| Effetto osservato in laboratorio | Tipo cellulare | Rilevanza clinica potenziale |
|---|---|---|
| Inibizione della proliferazione | Cellule ER+ ed ER- | Blocco della crescita tumorale |
| Induzione di apoptosi | Cellule ER+ ed ER- | Morte cellulare programmata |
| Riduzione della migrazione cellulare | Modelli 2D | Minore capacità invasiva |
| Inibizione formazione sferoidi 3D | Modelli 3D in vitro | Simulazione comportamento tumorale in vivo |
| Efficacia sul sottotipo triplo negativo | TNBC | Forma più aggressiva, opzioni limitate |
Fonte: elaborazione da Pellegrino et al., Cell Death and Discovery, Nature group, aprile 2026. I dati si riferiscono a modelli preclinici in vitro. Non sono disponibili dati da studi clinici sull’uomo.
I modelli tridimensionali — gli sferoidi cellulari — sono particolarmente significativi perché simulano con maggiore fedeltà il comportamento del tumore nell’organismo rispetto alle colture cellulari piatte standard. Che la silodosina mostri attività anche su questi modelli è considerato un elemento metodologicamente rilevante dai ricercatori.
Il carcinoma mammario triplo negativo: perché è ancora una sfida aperta
Il sottotipo TNBC — triplo negativo — è definito dall’assenza dei tre recettori che guidano le terapie mirate più usate: i recettori per gli estrogeni (ER), per il progesterone (PgR) e il recettore HER2. Il TNBC rappresenta circa il 10-15% di tutti i tumori mammari. In Italia, si stima che tra le donne con tumore al seno metastatico, circa 3.700-4.500 abbiano un TNBC.
La sua biologia lo rende particolarmente difficile da affrontare con le terapie convenzionali. Non rispondendo agli ormoni né ai farmaci anti-HER2, le opzioni storicamente disponibili erano essenzialmente la chemioterapia. Negli ultimi anni l’immunoterapia ha aperto nuove strade — il pembrolizumab ha mostrato risultati significativi nello studio KEYNOTE-522 — ma il TNBC metastatico mantiene una prognosi peggiore rispetto agli altri sottotipi.
È in questo contesto che l’efficacia mostrata dalla silodosina sui modelli di TNBC acquista un peso specifico: non perché rappresenti già una terapia disponibile, ma perché individua un meccanismo biologico attivo su un sottotipo per cui la ricerca di nuove molecole è particolarmente urgente.
Cosa significa “studio preclinico” e quali sono i passi successivi
Va detto con chiarezza, perché è parte integrante della correttezza scientifica: lo studio Unical è uno studio preclinico. I risultati sono stati ottenuti su cellule in coltura (in vitro) e attraverso modelli computazionali (in silico). Non sono stati condotti trial su pazienti.
I ricercatori invitano alla prudenza: saranno necessari ulteriori studi preclinici e, soprattutto, sperimentazioni cliniche per verificare se l’attività osservata in laboratorio si traduca in efficacia e sicurezza nel contesto clinico reale. Il passaggio dalla fase preclinica alla fase clinica implica studi di tossicità su modelli animali, poi studi di fase I, II e III sull’uomo — un percorso che richiede anni.
Quello che il riposizionamento farmacologico offre è un vantaggio di partenza: poiché la silodosina è già approvata e il suo profilo di sicurezza è noto, alcune fasi preliminari possono essere semplificate. Ma la distanza tra un risultato in vitro e un farmaco oncologico autorizzato rimane significativa, e i ricercatori stessi ne sono consapevoli.