6 milioni di italiani hanno le apnee notturne e non lo sanno: cosa rischiano davvero

Le apnee notturne diventano pericolose quando l'indice AHI supera 5 eventi per ora di sonno. Oltre 15, il trattamento scatta anche senza sintomi.

Cinque interruzioni della respirazione per ora di sonno. È questa la prima soglia oltre cui le apnee notturne cessano di essere un rumore notturno fastidioso e acquisiscono rilevanza clinica. Chi dorme accanto a qualcuno che si sveglia ansimante più volte a notte, o chi si alza stanco nonostante sette ore a letto, potrebbe avere davanti a sé un problema che coinvolge il cuore, il cervello, il metabolismo — e, in Italia, anche il rinnovo della patente.

La stima più recente, relativa al 2025, parla di sei milioni di italiani con apnee ostruttive del sonno non diagnosticate, a fronte di 200.000 pazienti in trattamento. Un divario che racconta quanto questa patologia rimanga silenziosa, spesso attribuita alla stanchezza, al sovrappeso, all’età.

Cos’è un’apnea e quando comincia a fare danni

L’apnea ostruttiva del sonno — in inglese Obstructive Sleep Apnea, da cui l’acronimo OSAS — si produce quando i tessuti molli della gola collassano durante il sonno, ostruendo le vie aeree. Il flusso d’aria si blocca per almeno 10 secondi. Il cervello registra la caduta di ossigeno nel sangue, innesca un micro-risveglio, il paziente riprende a respirare senza rendersene conto. Il ciclo si ripete decine, a volte centinaia di volte a notte.

Lo strumento diagnostico che misura la frequenza di questi eventi si chiama indice apnea-ipopnea, sigla AHI (Apnea-Hypopnea Index). L’AHI conta quante volte per ora si verifica una pausa respiratoria completa (apnea) o parziale con riduzione del flusso d’aria di almeno il 30% (ipopnea). I criteri dell’American Academy of Sleep Medicine (AASM) — linea guida di riferimento internazionale — classificano la gravità in tre livelli:

GradoAHI (eventi/ora)Trattamento
Lieve5–14Indicato in presenza di sintomi diurni (sonnolenza, cefalea mattutina, russamento)
Moderato15–29Indicato anche in assenza di sintomi
Grave≥ 30Trattamento immediato; impatto su idoneità alla guida

Nota editoriale: il valore AHI ≥ 15 è la soglia a partire dalla quale il trattamento viene somministrato anche ai pazienti asintomatici, secondo i Manuali MSD aggiornati ad aprile 2025. Un AHI ≥ 5 può contribuire alla diagnosi, ma da solo non giustifica il trattamento in assenza di sintomi.

La polisonnografia (PSG) — eseguita in un centro del sonno con registrazione simultanea di attività cerebrale, movimenti oculari, tono muscolare e saturazione di ossigeno — rimane l’esame di riferimento. Per i casi selezionati esiste anche il monitoraggio cardio-respiratorio domiciliare, meno invasivo, che rileva i parametri respiratori e la saturazione di ossigeno durante il sonno a casa del paziente.

Cosa succede al corpo ogni notte

Ogni apnea produce una caduta di ossigeno nel sangue e un picco di pressione arteriosa. Su scala di una notte, il fenomeno si ripete centinaia di volte. Su scala di anni, le conseguenze si accumulano.

La catena: i ripetuti risvegli frammentano il sonno profondo, privano l’organismo del recupero fisiologico notturno e aumentano il rischio di ipertensione arteriosa, infarto, ictus e fibrillazione atriale. Il Manuale MSD (revisione agosto 2024) conferma che i pazienti con OSAS non trattata sono esposti a un rischio elevato di aritmie, insufficienza cardiaca e incidenti stradali da ipersonnolenza.

Sul versante metabolico, la frammentazione cronica del sonno altera la regolazione del glucosio e la sensibilità insulinica, rendendo l’OSAS un fattore aggravante nel diabete di tipo 2. Il legame con l’obesità funziona in entrambe le direzioni: l’eccesso di peso favorisce il collasso delle vie aeree, ma le apnee stesse — alterando i ritmi ormonali notturni — rendono più difficile il controllo del peso.

Un dato pubblicato sulla rivista Rassegna di Patologia dell’Apparato Respiratorio (fascicolo 4, dicembre 2024) precisa che l’eccessiva sonnolenza diurna associata all’OSAS è un fattore prognostico indipendente di morbilità e mortalità cardiovascolare. Lo Sleep Heart Health Study, su oltre 3.000 pazienti con AHI ≥ 15 e sonnolenza severa, ha comunque mostrato risultati non uniformi sull’associazione con il rischio cardiovascolare, lasciando aperto il dibattito sull’opportunità di un approccio personalizzato ai profili di rischio.

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Quando la CPAP non basta: il nodo del rischio personalizzato

Uno studio pubblicato su Medicoepaziente.it nel settembre 2025 ha sollevato una questione che sta ridisegnando le linee guida: la CPAP (ventilazione a pressione positiva continua, il trattamento di prima scelta per l’OSAS) produce benefici certi nei pazienti ad alto rischio — in particolare quelli con ipertensione e senza sonnolenza diurna marcata — ma potrebbe risultare dannosa nei soggetti a basso profilo di rischio, definiti in base alla risposta della frequenza cardiaca e al cosiddetto carico ipossico notturno. I ricercatori hanno indicato la necessità di rivedere le linee guida attuali e di avviare nuovi trial clinici per comprendere i meccanismi sottostanti. La posizione corrente dell’AASM non è ancora stata formalmente aggiornata in risposta a questi risultati.

Nel frattempo, i dispositivi di avanzamento mandibolare (MAD) — apparecchi intraorali che proteggono la mandibola per mantenere aperte le vie aeree — restano un’alternativa validata per le forme lievi e moderate, o per i pazienti che non tollerano la CPAP, con efficacia comparabile nel miglioramento della sonnolenza diurna e della qualità del sonno.

Apnea notturna: quali sono i rischi che corri?
Apnea notturna

L’impatto sulla patente di guida in Italia

Le apnee notturne non sono un problema che si esaurisce nella camera da letto. In Italia, una ricerca del neurologo Sergio Garbarino ha calcolato che l’OSAS è associata a oltre 17.300 incidenti stradali ogni anno, con più di 250 morti e circa 12.200 feriti. Il costo stimato per il sistema sanitario nazionale si aggira intorno a 1,5 milioni di euro annui.

Questi dati hanno motivato l’introduzione di una normativa vincolante. La Direttiva Europea 2014/85/UE del 1° luglio 2014, recepita in Italia con il Decreto Legge del 22 dicembre 2015 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 gennaio 2016) e completata dal Decreto Dirigenziale del Ministero della Salute del 3 febbraio 2016, ha inserito l’OSAS tra le patologie che incidono sull’idoneità alla guida.

Il meccanismo è articolato:

  • Chi presenta russamento abituale da almeno sei mesi con pause respiratorie, sonnolenza diurna e fattori di rischio fisici (obesità, anomalie anatomiche della mandibola, collo voluminoso) è classificato come “soggetto con sospetta OSAS” durante la visita per il rilascio o il rinnovo della patente.
  • I soggetti con OSAS moderata o grave possono ottenere o rinnovare la patente solo se documentano un adeguato controllo dei sintomi tramite certificazione di uno specialista pubblico in medicina del sonno.
  • La validità della patente è ridotta: non oltre tre anni per la categoria B (conducenti privati), non oltre un anno per la categoria professionale (autisti, camionisti, trasportatori).
  • In assenza di documentazione, il caso viene rimandato alla Commissione Medica Locale (CML).

Il punto debole della norma, segnalato da diversi specialisti, riguarda il questionario soggettivo sulla sonnolenza diurna che il medico monocratico sottopone al guidatore. Molti pazienti, per timore di perdere la patente, tendono a minimizzare o negare la sonnolenza. La norma non prevede oggi una verifica strumentale obbligatoria.

I fattori di rischio più diffusi

L’OSAS colpisce globalmente un adulto su cinque in forma almeno lieve. In Italia, la prevalenza supera il 10% degli adulti e tocca dall’1% al 6% dei bambini. I fattori che aumentano la probabilità di svilupparla sono in parte modificabili, in parte strutturali:

Modificabili: sovrappeso e obesità (il grasso della zona del collo riduce la pervietà delle vie aeree), consumo di alcol (deprime il tono muscolare della gola), fumo, uso di farmaci sedativi o miorilassanti, posizione supina durante il sonno.

Non modificabili o difficilmente modificabili: età avanzata, sesso maschile (prevalenza doppia rispetto alle donne in età pre-menopausale), anatomia delle vie aeree superiori (retrognazia, micrognazia, tonsille ipertrofiche), storia familiare, ipotiroidismo.


  1. Quanto dura un’apnea notturna?


    Per essere clinicamente rilevante, un’apnea deve durare almeno 10 secondi. Gli episodi più brevi non vengono conteggiati nell’indice AHI e non rientrano nei criteri diagnostici. Nelle forme gravi, le pause respiratorie possono prolungarsi oltre 30–40 secondi per episodio, con cali significativi della saturazione di ossigeno nel sangue.


  2. Le apnee notturne colpiscono anche i bambini?


    Sì. La prevalenza nei bambini è stimata tra l’1% e il 6% in Italia. Le cause principali sono diverse da quelle degli adulti: ipertrofia delle tonsille e delle adenoidi, anomalie cranio-facciali e, in misura crescente, obesità infantile. Le conseguenze nei bambini includono disturbi dell’apprendimento, problemi comportamentali e ritardi nella crescita.


  3. Esiste un legame tra apnee notturne e depressione?


    La letteratura clinica segnala un’associazione tra OSAS non trattata e disturbi dell’umore, inclusa la depressione. La privazione cronica di sonno profondo altera la regolazione neurochimica e riduce la produzione di serotonina. Alcuni studi osservazionali hanno registrato un miglioramento dei sintomi depressivi dopo l’avvio della terapia CPAP, sebbene il rapporto causale non sia ancora definitivamente chiarito.


  4. La chirurgia può risolvere le apnee notturne?


    In casi selezionati, sì. Le opzioni chirurgiche includono la rimozione di tonsille e adenoidi (particolarmente efficace nei bambini), la uvulopalatofaringoplastica e gli interventi di avanzamento maxillo-mandibolare. La chirurgia è considerata nei pazienti che non tollerano la CPAP e che presentano anomalie anatomiche correggibili. I tassi di successo variano in base alla forma e alla gravità della patologia.


  5. L’apnea notturna può essere monitorata a casa?


    Il monitoraggio cardio-respiratorio domiciliare — una versione semplificata della polisonnografia — permette di registrare saturazione di ossigeno, flusso respiratorio, frequenza cardiaca e posizione corporea durante il sonno nel proprio letto. È indicato per la diagnosi nei casi con alta probabilità pre-test di OSAS. Non sostituisce la polisonnografia in laboratorio per i casi complessi o quando si sospettano altre patologie del sonno in associazione.

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