Nanoplastiche nella placenta e negli organi: l’allarme

Il 24 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha ospitato una conferenza internazionale sulle nanoplastiche: trovate in placenta, fegato, cuore e latte materno. Il prof. Ragusa e altri scienziati denunciano l'assenza di standard europei comuni. (237 caratteri)

Le nanoplastiche non sono più un problema astratto o lontano: sono già nel corpo dei bambini prima che nascano. Il 24 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha ospitato la conferenza internazionale “Nanoplastiche: connessioni nascoste e rischi emergenti“, organizzata dall’eurodeputato ceco Ondrej Knotek in collaborazione con l’ALLATRA Global Research Center.

Scienziati e istituzioni da più paesi si sono riuniti per portare davanti alle istituzioni europee dati che riguardano direttamente la salute di ogni persona che vive, mangia e respira nel continente. Al centro del dibattito: particelle invisibili a occhio nudo che attraversano la placenta, si accumulano nel fegato e nel cuore, e non dispongono ancora di un quadro normativo europeo capace di misurarle in modo uniforme.

La placenta non è più una barriera: cosa ha trovato il professor Ragusa

Il prof. Antonio Ragusa, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma, è il primo ricercatore al mondo ad aver documentato la presenza di microplastiche nella placenta umana. Il suo studio, pubblicato su Environment International nel 2021 e condotto insieme al Politecnico delle Marche, ha identificato 12 frammenti di materiale artificiale — di dimensioni comprese tra i 5 e i 10 micron, pari a quelle di un globulo rosso — sia nella parte di placenta attaccata al feto, sia in quella attaccata all’utero materno e nelle membrane che avvolgono il feto.

Alla conferenza di febbraio, Ragusa ha presentato l’evoluzione di quella ricerca, evidenziando che micro e nanoplastiche potrebbero influire sullo sviluppo fetale. La spiegazione che ha offerto ai presenti è diretta: con la presenza di plastica nel corpo viene turbato il sistema immunitario, che finisce per riconoscere come propria anche materia non organica. La sua definizione è rimasta impressa in chi era presente in aula: “È come avere un bambino cyborg: una miscela di cellule e composti inorganici”.

Il virgolettato non è una provocazione retorica. Ha un fondamento biologico preciso: i ricercatori ritengono probabile che, in presenza di frammenti di microplastiche all’interno dell’organismo, la risposta del sistema immunitario possa cambiare, essere diversa dalla norma. I rischi a lungo termine per i neonati che portano già microplastiche nel corpo alla nascita restano in larga parte da quantificare — e questo è uno dei nodi sollevati alla conferenza.

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Sei organi, una distribuzione sistemica

La presenza di nanoplastiche non si ferma alla placenta. Il dottor John Ahn, che ha preso la parola durante i lavori, ha confermato che queste particelle circolano ben oltre il sistema riproduttivo. Una volta entrate nel flusso sanguigno, le nanoplastiche possono circolare in tutto il corpo e sono state rilevate in più organi, inclusi fegato, reni, cuore, vasi sanguigni, placenta e latte materno.

Il dato sul latte materno merita attenzione separata: significa che l’esposizione alle nanoplastiche può continuare anche dopo la nascita, durante l’allattamento, prima che il sistema immunitario del neonato sia pienamente formato.

Alexander Masny ha poi spiegato il meccanismo che rende queste particelle biologicamente attive a livello cellulare. La loro dimensione ridotta e la loro carica superficiale consentono loro di penetrare all’interno delle cellule e interferire con la funzione mitocondriale — ovvero con la produzione di energia cellulare, il processo su cui si basano tutti i processi vitali dell’organismo.

Sede di ritrovamento confermataRilevanza biologica
PlacentaInterfaccia diretta tra madre e feto; può alterare lo sviluppo prenatale
Lato fetale della placentaPresenza diretta nel tessuto che appartiene al feto in formazione
Latte maternoEsposizione continua nel neonato durante l’allattamento
FegatoPrincipale organo di detossificazione; potenziale accumulo tossico
ReniOrgano di filtrazione; rischio di disfunzione a lungo termine
Cuore e vasi sanguigniImplicazioni per il sistema cardiovascolare ancora in fase di studio

I dati relativi al fegato, reni, cuore e vasi sanguigni sono stati presentati dal dott. John Ahn alla conferenza del 24 febbraio 2026. La presenza di microplastiche nella placenta è documentata dallo studio peer-reviewed di Ragusa et al. (Environment International, 2021). Il latte materno è stato oggetto di ricerche successive citate dallo stesso Ragusa.

Il Mediterraneo, un mare che accumula

I dati ambientali presentati alla conferenza collocano l’Europa — e l’Italia in particolare — al centro del problema, non alla periferia. Il dottor Jan Kára, esperto ceco, ha sottolineato che le nanoplastiche possono influenzare il ciclo dell’acqua, la formazione delle nuvole e le interazioni tra oceani e atmosfera, e ha insistito sulla necessità di un monitoraggio standardizzato a livello globale per mapparne la distribuzione.

Il Mediterraneo è il bacino marino che restituisce i dati più preoccupanti. Nonostante rappresenti meno dell’1% della superficie marina del pianeta, contiene circa il 7% di tutte le microplastiche marine. Le ultime rilevazioni hanno registrato una concentrazione record di microplastiche nei suoi fondali, pari a 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato: una densità che supera la soglia considerata compatibile con la vita marina.

La ragione strutturale di questo accumulo è geografica: la conformazione del Mediterraneo, bacino semi-chiuso con un unico sbocco nello Stretto di Gibilterra, che misura solo 14 chilometri, impedisce una dispersione efficace delle plastiche galleggianti, che tendono ad accumularsi in superficie o a depositarsi sui fondali.

La conferenza ha citato un confronto tra la concentrazione di microplastiche in alcune zone del Mediterraneo e quella della Great Pacific Garbage Patch, a favore del Mediterraneo — nel senso negativo del termine. Questo dato, attribuito all’intervento di Kára, non trova allo stato attuale riscontro in una singola pubblicazione scientifica peer-reviewed che stabilisca un rapporto preciso “quattro volte superiore”: va trattato come dato dichiarato in sede di conferenza, da considerarsi indicativo della gravità del problema mediterraneo, non come cifra già consolidata nella letteratura.

L’assenza di standard europei: il nodo politico

Tra le denunce più nette emerse dalla conferenza c’è quella sulla regolamentazione — o meglio, sulla sua assenza. Gli esperti hanno segnalato che in Europa mancano standard unificati per il monitoraggio delle particelle inferiori a 10 micron e protocolli condivisi per valutarne gli effetti biologici. I partecipanti alla conferenza hanno evidenziato l’assenza di standard mondiali di monitoraggio per le particelle inferiori a 10 micron e l’assenza di protocolli per la valutazione degli impatti sulla salute.

Senza dati comparabili tra Stati membri, qualsiasi decisione sanitaria a livello comunitario resta priva di basi solide. Non è possibile stabilire soglie di esposizione, identificare le popolazioni più a rischio, né misurare l’efficacia di eventuali interventi regolatori.

L’eurodeputato Knotek ha indicato una ragione politica precisa per questa inerzia: il problema è ignorato perché invisibile, e perché affrontarlo richiederebbe di ridiscutere alcuni degli assunti su cui si fondano le attuali politiche ambientali europee, legate alla narrativa sulle emissioni fossili. Secondo Knotek, la politica fatica ad adattarsi a nuove evidenze scientifiche quando farlo significherebbe ammettere che il quadro precedente era incompleto. Ha indicato nella pressione pubblica l’unica leva realmente efficace per produrre un cambiamento istituzionale.

Elemento mancanteConseguenza pratica
Standard UE per particelle < 10 micronImpossibile confrontare i dati tra paesi diversi
Protocolli per effetti biologiciNessuna base per fissare soglie di esposizione sicure
Monitoraggio sistematico latte materno e placentaRischio ignoto per neonati e feti
Database europeo condivisoDecisioni sanitarie prive di evidenza aggregata

La carenza normativa è stata denunciata collettivamente dagli esperti presenti. È un fatto documentato anche dall’assenza, nel quadro regolatorio europeo attuale (Regolamento UE 2025/40 sugli imballaggi), di soglie specifiche per nanoplastiche in tessuti biologici.

Il livello cellulare: cosa fanno i mitocondri

Vale la pena fermarsi su un passaggio tecnico che ha ricevuto meno attenzione mediatica ma che tocca il meccanismo biologico più profondo sollevato dalla conferenza. L’interferenza con la funzione mitocondriale, descritta da Masny, non è un effetto marginale.

I mitocondri sono presenti in quasi tutte le cellule del corpo e producono l’adenosina trifosfato (ATP), la molecola che alimenta qualsiasi processo biologico attivo. Un’alterazione della loro funzione non produce un sintomo specifico e riconoscibile: produce un abbassamento generale dell’efficienza cellulare, che può manifestarsi in modi diversi a seconda del tipo di cellula e del tessuto interessato. Questo spiega in parte perché gli effetti delle nanoplastiche sull’organismo siano difficili da attribuire e ancora difficili da quantificare: non producono un danno localizzato, ma diffuso.

Scienza, istituzioni e società civile

Maryna Ovtsynova, presidente del Movimento Internazionale Sociale ALLATRA, ha chiuso la parte più istituzionale dei lavori con un appello alla trasparenza e alla cooperazione internazionale: “Le nanoplastiche rappresentano una minaccia globale emergente. Solo la scienza e la trasparenza possono proteggere le generazioni future.”

La conferenza ha prodotto raccomandazioni precise: rafforzare la collaborazione interdisciplinare tra medicina, scienze ambientali e geoscienze; ampliare i finanziamenti alla ricerca; aumentare la consapevolezza pubblica come precondizione per una politica sanitaria basata sulle evidenze. L’approccio multidisciplinare è considerato non negoziabile: il problema delle nanoplastiche non può essere risolto né solo dalla chimica, né solo dalla medicina, né solo dalla normativa ambientale.

Quello che è uscito dal Parlamento Europeo il 24 febbraio 2026 non è una soluzione. È, per ora, la mappa di un problema che l’Europa sa di avere e che ancora non ha gli strumenti per misurare.

Qual è la differenza tra microplastiche e nanoplastiche?

Le microplastiche sono frammenti di plastica con diametro inferiore a 5 millimetri. Le nanoplastiche sono ancora più piccole: inferiori a 0,001 millimetri (1 micron). Le seconde sono più difficili da rilevare strumentalmente e, per via della dimensione ridottissima, riescono a penetrare nelle cellule e attraversare barriere biologiche come la placenta o la parete dei vasi sanguigni, che le microplastiche non sempre attraversano.

Come entrano le nanoplastiche nell’organismo umano?

Le principali vie di ingresso sono due: l’apparato respiratorio, attraverso l’inalazione di particelle sospese nell’aria, con accesso al circolo sanguigno attraverso i polmoni; e l’apparato digerente, attraverso alimenti, bevande e acqua contaminati. Le nanoplastiche sono state rilevate in pesci, frutti di mare, acqua potabile, sale, birra e numerosi alimenti confezionati in contenitori di plastica.

Perché l’Europa non ha ancora regole sulle nanoplastiche nei tessuti biologici?

La principale difficoltà è tecnica prima ancora che politica: mancano metodi standardizzati per rilevare e quantificare in modo uniforme le particelle inferiori a 10 micron in campioni biologici. Senza metodologie condivise tra laboratori di paesi diversi, i dati non sono comparabili e non è possibile costruire una base normativa credibile. Questo limite tecnico è stato al centro delle denunce emerse dalla conferenza del 24 febbraio 2026 al Parlamento Europeo.

Le nanoplastiche sono già oggetto di regolamentazione in qualche paese?

Al momento nessun paese ha stabilito limiti legali per la concentrazione di nanoplastiche in tessuti biologici umani o nel latte materno. Alcuni paesi e l’Unione Europea hanno avviato regolamentazioni sugli imballaggi (Regolamento UE 2025/40) e sulla presenza di microplastiche nelle acque, ma le nanoplastiche stricto sensu — particelle inferiori a 1 micron — rimangono in una zona grigia normativa a livello globale.

Il Mediterraneo è davvero più inquinato dal punto di vista delle microplastiche rispetto agli oceani?

Il Mediterraneo contiene circa il 7% delle microplastiche marine mondiali pur rappresentando meno dell’1% della superficie oceanica globale, con una concentrazione nei fondali di 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato documentata da ricerche scientifiche indipendenti. La conformazione semi-chiusa del bacino impedisce la dispersione delle particelle. Il confronto specifico con la Great Pacific Garbage Patch su un fattore “quattro volte” è stato citato alla conferenza del 24 febbraio 2026, ma non ha ancora un riscontro univoco nella letteratura peer-reviewed disponibile.

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