Perché preferiamo stare da soli quando siamo malati? La spiegazione è nel cervello
Cosa succede nel cervello quando ci ammaliamo e vogliamo isolarci
Quando siamo malati, spesso vogliamo solo stare soli. Ci rifugiamo a letto, evitiamo messaggi, rifiutiamo visite. Ma non è solo una questione di stanchezza o malumore: a guidarci è un meccanismo biologico attivo, che parte dal sistema immunitario e arriva al cervello.

Una nuova ricerca condotta dal MIT, il Massachusetts Institute of Technology, lo conferma: il nostro desiderio di isolamento durante un’infezione non è casuale. È il risultato di un messaggio chimico che il corpo invia per proteggerci.
Questo comportamento, comune anche negli animali, era noto da tempo, ma le sue cause profonde non erano del tutto chiare. Ora gli scienziati sono riusciti a mappare il percorso che porta l’organismo a scegliere l’isolamento come risposta attiva alla malattia.
La chiave è una molecola chiamata interleuchina-1 beta (IL‑1β), una delle citocine che il sistema immunitario produce quando rileva un’infezione.
Indice dell'articolo
Cosa succede nel cervello quando ci ammaliamo
Quando l’interleuchina-1 beta viene rilasciata nel corpo, raggiunge il cervello e si lega a un recettore specifico: l’IL‑1R1. Questo recettore si trova in un’area chiamata nucleo del rafe dorsale, coinvolta nella regolazione dell’umore e del comportamento sociale.
Il risultato? Un’interruzione attiva dei circuiti neuronali che stimolano la socialità. In pratica, è come se il cervello tirasse il freno e ci dicesse: “Meglio stare soli”.
In esperimenti condotti su topi da laboratorio, questo meccanismo è stato osservato in azione: gli animali smettevano di interagire con i propri simili anche in assenza di letargia o stanchezza. Quindi l’isolamento non è solo un effetto collaterale della malattia, ma un comportamento programmato.
Perché l’isolamento aiuta l’organismo
Secondo i ricercatori, questo comportamento ha due funzioni principali:
- Risparmiare energia: interagire con gli altri richiede sforzo fisico e mentale. L’isolamento permette di concentrare tutte le risorse sulla guarigione.
- Limitare il contagio: evitare i contatti riduce la diffusione dei patogeni ad altri individui.
Si tratta quindi di un adattamento evolutivo che ha aumentato le probabilità di sopravvivenza. E, sorprendentemente, è regolato da un circuito cerebrale preciso, non da una generica sensazione di malessere.
Solitudine utile o dannosa? Attenzione alla differenza
È importante distinguere due concetti: il bisogno biologico di isolamento durante una malattia e la solitudine cronica.
Nel primo caso, parliamo di un meccanismo temporaneo e benefico. Ma nel secondo, il discorso cambia.
Numerosi studi hanno dimostrato che la solitudine prolungata può compromettere il sistema immunitario, aumentare l’infiammazione e peggiorare la prognosi in caso di malattia.
Le persone che si sentono sole — anche se hanno molti contatti — sperimentano sintomi più intensi durante raffreddori o influenze, e impiegano più tempo a guarire. Il cervello, infatti, percepisce la solitudine come una condizione di allarme che altera il funzionamento di molti sistemi corporei.
Il cervello ci isola… ma solo per poco
La scoperta del MIT conferma che il desiderio di stare da soli mentre siamo malati è naturale e temporaneo. Non bisogna colpevolizzarsi se, con la febbre, si ha voglia di spegnere il telefono e chiudersi in camera.
Ma appena passa la fase acuta, ricostruire i contatti sociali è fondamentale. L’interazione con gli altri stimola ormoni come l’ossitocina, riduce lo stress e migliora il recupero fisico.

Cos’è l’ossitocina?
L’ossitocina è un ormone prodotto dall’ipotalamo, una piccola area del cervello, e rilasciato nella neuroipofisi. È nota come “ormone dell’amore” perché favorisce il legame affettivo, la fiducia e i comportamenti prosociali. Svolge un ruolo chiave nel travaglio, stimolando le contrazioni uterine, e nell’allattamento, facilitando l’eiezione del latte materno. Agisce anche come neurotrasmettitore, modulando stress, ansia e sensazione di benessere. L’ossitocina aumenta durante il contatto fisico, come abbracci o l’allattamento al seno, rafforzando il legame tra madre e neonato e tra partner.
- I topi, quando vengono infettati artificialmente, si isolano anche in presenza di cibo o partner disponibili.
- Anche gli uccelli, come i passeri o le cince, si allontanano dal gruppo durante infezioni respiratorie.
- Nei primati, alcuni comportamenti di autoisolamento sono stati osservati in individui influenzati o feriti.
Questi esempi dimostrano che l’autoisolamento è un comportamento adattivo presente in molte specie, non un’abitudine culturale o moderna.
Quali sono gli animali che stanno da soli quando stanno male?
Quando la malattia colpisce, molti animali scelgono l’isolamento. Il gatto domestico si nasconde sotto il letto o in un armadio buio, lontano da tutti. L’orso si ritira in una tana appartata, dormendo per settimane. Il leopardo ferito abbandona il gruppo e si rifugia tra le rocce, in silenzio. Anche il lupo, animale sociale per eccellenza, può allontanarsi dal branco se gravemente malato o morente. Cervi, conigli e persino alcuni primati si isolano quando sentono la fine vicina. È un antico istinto: ridurre il peso sul gruppo, evitare di attirare predatori, morire senza disturbare la vita degli altri. La solitudine diventa rifugio e dignità.
FAQ – Domande frequenti
Perché mi sento irritabile e voglio stare solo quando ho l’influenza?
Perché il tuo sistema immunitario rilascia molecole che modificano l’attività cerebrale per aiutarti a guarire.
È normale evitare gli altri quando si è malati?
Sì, è una risposta biologica naturale che riduce lo stress e aiuta il corpo a concentrarsi sulla guarigione.
Stare troppo soli fa male alla salute?
Sì. L’isolamento cronico e la solitudine prolungata possono indebolire il sistema immunitario e aumentare il rischio di malattie.
Cosa posso fare dopo la guarigione?
Riallacciare i contatti sociali, anche gradualmente. Parlare con amici, uscire all’aria aperta, fare attività piacevoli.
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Lo sapevi che…?
Le persone con una rete sociale solida si ammalano di meno, rispondono meglio alle vaccinazioni e guariscono più in fretta. La solitudine, invece, ha un impatto paragonabile a fumare 15 sigarette al giorno.
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Fonti
- MIT – Picower Institute for Learning and Memory
- Infosalus
- Fondazione Veronesi
- National Institutes of Health
- Journal of Neuroscience
- PubMed Central
- Thrive Global





