Sindrome del cuore spezzato, perché colpisce le donne dopo la menopausa
La sindrome del cuore spezzato colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa: sintomi, cause, differenze con l'infarto e quando andare in pronto soccorso.
Questo articolo ha finalità informativa. Non sostituisce il parere del medico curante. In caso di dolore al petto o difficoltà a respirare, rivolgiti subito al pronto soccorso o chiama il 112.

Si chiama sindrome del cuore spezzato, ma non è un modo di dire. È una condizione cardiaca reale, riconosciuta dalla medicina, e ha un nome tecnico: cardiomiopatia di Takotsubo. Colpisce soprattutto le donne, e in particolare dopo la menopausa.
Indice dell'articolo
Cos’è la sindrome del cuore spezzato
È un indebolimento improvviso del muscolo cardiaco. Si manifesta subito dopo un evento stressante, fisico o emotivo. Il ventricolo sinistro, la camera che pompa il sangue verso il corpo, perde temporaneamente la capacità di contrarsi come dovrebbe.
La forma che assume il cuore in questi casi ha dato il nome alla sindrome. La parte inferiore si dilata, mentre la base resta stretta: una forma che ricorda il takotsubo, il vaso usato in Giappone per catturare i polpi. La condizione è stata descritta per la prima volta proprio in Giappone, nel 1990.
Nove pazienti su dieci sono donne
I numeri sono netti. Secondo i dati dell’International Takotsubo Registry, circa l’88,9% dei pazienti colpiti sono donne, con un’età media di 66,4 anni. Alcuni dati suggeriscono inoltre che le donne dell’area mediterranea e quelle asiatiche siano particolarmente esposte.
Perché proprio dopo la menopausa
Il motivo esatto non è ancora del tutto chiarito. Le ricerche indicano però alcuni meccanismi coinvolti.
Il primo riguarda gli estrogeni. Dopo la menopausa questi ormoni calano, e gli estrogeni hanno un ruolo protettivo sui vasi sanguigni e sulla risposta allo stress. La loro riduzione lascerebbe il cuore più vulnerabile.
Il secondo riguarda le catecolamine, gli ormoni dello stress come l’adrenalina. Durante un evento stressante l’organismo ne rilascia grandi quantità. In alcune persone questa ondata provoca un vero e proprio stordimento del muscolo cardiaco.
A questi si aggiungono la disregolazione dell’asse che governa la risposta allo stress e uno squilibrio del sistema nervoso autonomo.
Non solo dolore: anche la gioia può scatenarla
L’associazione più immediata è con il lutto o con un trauma. Ma i fattori scatenanti sono molti di più.
La sindrome può comparire dopo una notizia molto felice, non solo dopo una brutta. Può seguire anche eventi puramente fisici: una crisi d’asma, un ictus, un’infezione grave, un intervento chirurgico.
Contano anche i fattori psicosociali. Studi recenti indicano tra gli elementi che riducono la resistenza allo stress il carico di assistenza a un familiare, lo stress cronico e la difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni.
I sintomi da riconoscere
I segnali sono quasi identici a quelli di un infarto:
- dolore al petto, improvviso
- difficoltà a respirare
- alterazioni dell’elettrocardiogramma
- in alcuni casi svenimento o battito irregolare
Come si distingue da un infarto
Qui arriva il punto più importante. A occhio nudo, non si distingue. Nemmeno un medico può dirlo senza esami.
La differenza emerge in ospedale. Nell’infarto le coronarie risultano ostruite. Nella sindrome di Takotsubo, invece, le coronarie sono libere, ma il ventricolo sinistro mostra quella tipica alterazione della forma.
Per questo il messaggio degli specialisti è categorico: mai autodiagnosticarsi. Chi avverte dolore al petto deve andare al pronto soccorso, senza cercare di capire da solo di cosa si tratti. Solo gli esami possono dare una risposta.
Si guarisce?
Nella maggior parte dei casi sì. È una condizione temporanea, che di norma non lascia danni permanenti al cuore. Il recupero richiede giorni o settimane, con il supporto di una terapia farmacologica.
Attenzione però: in una parte dei pazienti possono comparire complicanze serie. È il motivo per cui il ricovero e il monitoraggio non sono negoziabili, anche quando la prognosi è buona.
Un dato che sorprende
C’è un aspetto che i registri clinici hanno messo in evidenza. Gli uomini colpiti sono molti meno, ma tendono ad avere esiti ospedalieri peggiori rispetto alle donne. Un dato che gli studi collegano al fatto che, negli uomini, la sindrome è più spesso innescata da un fattore fisico grave e non emotivo.
Il ruolo del supporto psicologico
Poiché lo stress e i disturbi psichici hanno un peso nella comparsa della sindrome, la ricerca sta valutando anche l’utilità degli interventi psicologici. Tra questi, le pratiche basate sulla mindfulness, studiate per il possibile contributo alla salute cardiovascolare.
Non sostituiscono la terapia medica. Possono però affiancarla, soprattutto in chi ha già avuto un episodio e vive una condizione di stress prolungato. Chi si trova in questa situazione può parlarne con il proprio medico o con il cardiologo di riferimento.
⚕️ Nota editoriale
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