Elena del Pozzo uccisa dalla madre, cos’è la Sindrome di Medea?

Il movente sembrerebbe la gelosia nei confronti dell’attuale convivente dell’ex compagno Alessandro Del Pozzo. Sindrome di Medea? Cos'è?

Elena del Pozzo è la bambina di 4 anni uccisa a coltellate dalla madre Martina Patti. Un omicidio cui ipotesi di movente sembrerebbe la gelosia nei confronti dell’attuale convivente dell’ex compagno Alessandro Del Pozzo, 24 anni. Una delle cause di figlicidio può essere dovuto dalla Sindrome di Medea, cos’è?

Omicidio Elena del Pozzo, si sospetta la Sindrome di Medea, cos’è?

“L’ho uccisa io Elena”, queste le parole di Martina Patti dopo ore di interrogatorio davanti ai carabinieri di Catania e alla Procura della Repubblica per l’omicidio della piccola figlia Elena Del Pozzo.

La donna dice di aver agito da sola e la versione è stata confermata dagli inquirenti che parlano di un “orrendo crimine commesso in maniera solitaria”.

La bambina è stata uccisa da una serie di coltellate al collo e alla schiena, dopo, il corpo senza vita è stato posto in sacchi neri e seppellito in un terreno poco distante da casa.

Prima di confessare, la donna aveva chiesto aiuto ai carabinieri perché sua figlia Elena era scomparsa, a Catania, sequestrata da tre uomini mascherati e uno armato di pistola.

Parliamo di figlicidio, di un omicidio premeditato, secondo la Procura della Repubblica di Catania.

Solitamente ad essere causa di questo tipo di orrore è la depressione post-partum ma in questo caso si parla di Sindrome di Medea in quanto il movente sembrerebbe la gelosia nei confronti dell’attuale convivente dell’ex compagno Alessandro Del Pozzo, 24 anni.

Sindrome di Medea

Elena del Pozzo, la piccola di quasi 5 anni, dimostrava affetto verso la nuova compagna del suo papà: “Non tollerava che vi si affezionasse anche la propria figlia” dicono gli inquirenti.

Gli investigatori, difatti, avrebbero parlato di “gelosia”.

La Sindrome di Medea deriva dalla tragedia greca di Euripide che narra di Medea e l’omicidio dei figli per punire il proprio marito dai presunti o reali torti subiti. Una vendetta che si esplica nell’atto del figlicidio.

In questo modo si infligge al marito (e nel caso della triste vicenda catanese, all’ex compagno) un dolore lacerante, insopportabile: il figlio è solamente uno strumento, simbolico del loro amore.

Ovviamente la base emotiva della madre è precaria e la frammentazione identitaria solitamente avviene in seguito all’abbandono o all’allontanamento del partner.

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