Avviso. Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono in alcun caso il parere di un medico. Se pensi di riconoscerti nei sintomi descritti, rivolgiti al tuo medico curante o a uno specialista in neuropsichiatria o psichiatria. Non assumere farmaci senza prescrizione.
Paris Hilton ha ricevuto una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività in età adulta. Ha raccontato quel momento come un enorme sollievo, perché le ha permesso di dare un nome a difficoltà che si portava dietro dall’infanzia.
Il racconto è arrivato in un’intervista a Healthline, all’interno di una collaborazione fra la testimonial e l’azienda che produce il farmaco che lei assume. È un dettaglio che va tenuto presente nel leggere ciò che segue.
La parte del racconto che riguarda l’infanzia è quella in cui più persone si riconoscono.
Hilton ha descritto gli anni scolastici come particolarmente difficili. Per quanto studiasse, riferisce, restare concentrata le risultava impossibile. Il risultato era la sensazione di essere costantemente punita per il modo in cui funzionava il suo cervello.
Il passaggio che ha ripetuto più volte riguarda il giudizio altrui: si presumeva che non si stesse impegnando abbastanza, quando il problema era un altro.
Sulla diagnosi arrivata anni dopo ha usato queste parole.
“È stato un enorme sollievo. Sentivo che nessuno capiva come mi sentivo”.
Ha aggiunto che conoscere la condizione l’ha fatta sentire meno sola e ha reso comprensibili molte cose del proprio passato.
Cosa succede quando la diagnosi arriva tardi
Il vissuto descritto da Hilton corrisponde a un fenomeno noto agli specialisti.
Chi riceve una diagnosi in età adulta ha spesso attraversato l’intero percorso scolastico senza una spiegazione delle proprie difficoltà. Al posto della spiegazione arrivano le interpretazioni caratteriali: pigrizia, distrazione, mancanza di volontà.
La diagnosi tardiva agisce quindi su due piani. Da un lato apre l’accesso a un percorso terapeutico. Dall’altro consente una rilettura della propria storia che, nelle testimonianze raccolte dalla letteratura, viene descritta come un ridimensionamento del senso di colpa.
L’ADHD è un disturbo, non un tratto del carattere
Sul piano clinico il punto va tenuto fermo, e nell’intervista lo precisa Justin A. Barterian, psicologo e professore associato al Wexner Medical Center della Ohio State University.
Barterian ha ricordato che uno dei fraintendimenti più diffusi consiste nel considerare pigre le persone con ADHD. Si tratta invece di un disturbo che incide sulla motivazione e comporta una compromissione significativa del funzionamento.
Con un trattamento adeguato, ha aggiunto, quella compromissione può essere ridotta in misura sostanziale.
È la precisazione che distingue una condizione clinica da una caratteristica della personalità, e da cui dipende la decisione di chiedere o meno una valutazione.
Quali trattamenti esistono
Nell’intervista lo specialista ha indicato le opzioni disponibili.
I farmaci stimolanti risultano fra i trattamenti più efficaci per l’ADHD e agiscono migliorando l’attenzione e riducendo iperattività e impulsività. Barterian osserva che il passaggio dalle formulazioni a rilascio immediato a quelle a rilascio prolungato ha reso più costante il controllo dei sintomi nell’arco della giornata.
Accanto alla terapia farmacologica esistono altri strumenti. Lo specialista cita la terapia cognitivo comportamentale e il lavoro sulle funzioni esecutive, che insegna strategie di organizzazione, pianificazione e gestione del tempo.
La terapia, aggiunge, consente inoltre di affrontare condizioni che spesso coesistono con l’ADHD, come ansia e depressione.
Tutti i farmaci per l’ADHD sono soggetti a prescrizione medica. La scelta della terapia e il suo dosaggio spettano allo specialista, sulla base della singola situazione clinica.
Lo “scintillio creativo” e il rischio della narrazione
Nel racconto di Hilton compare anche una lettura in positivo della propria condizione.
Ha parlato dell’ADHD come di ciò che le dà il proprio scintillio creativo, di un elemento che avrebbe influenzato il suo modo di pensare, di fare impresa e di fare musica. Il messaggio che rivolge a chi convive con la condizione è di non sentirsi sbagliati.
“Non c’è niente che non va in te, è solo il modo in cui funziona il tuo cervello”.
È una posizione che ha un valore contro lo stigma, e come tale va riportata. Va però letta accanto alla precisazione clinica del paragrafo precedente: la stessa condizione che alcune persone descrivono come una risorsa comporta, per definizione diagnostica, una compromissione del funzionamento quotidiano.
Le due cose non si escludono, ma la seconda è quella che giustifica una valutazione specialistica.
La collaborazione con l’azienda farmaceutica
L’ultimo elemento riguarda il contesto in cui questa testimonianza arriva.
Nell’intervista Hilton indica per nome il medicinale che assume e ne descrive il funzionamento e i benefici percepiti. Healthline precisa che la testimonial collabora con l’azienda che produce quel farmaco per raccontare la propria storia.
SaluteLab non riporta il nome del medicinale. Si tratta di un principio soggetto a prescrizione medica e la normativa italiana vieta la pubblicità al pubblico di questa categoria di farmaci.
Chi riconosce nei sintomi descritti qualcosa di familiare non deve cercare un prodotto. Deve chiedere una valutazione.
A chi rivolgersi in Italia
Il primo passaggio è il medico di medicina generale, che può indirizzare verso il servizio specialistico competente.
La diagnosi di ADHD in età adulta viene formulata da uno psichiatra o da un neuropsichiatra, attraverso un percorso che comprende colloqui clinici, raccolta della storia scolastica e strumenti di valutazione standardizzati. Non esiste un test singolo che la stabilisca.