Era in perfetta forma, poi quel sapore metallico in bocca: scopre un tumore incurabile del sangue
Per anni aveva costruito la propria quotidianità attorno allo sport, agli allenamenti e a uno stile di vita estremamente sano. Triathlon, mezze maratone, gare di nuoto in acque libere e una condizione fisica che, a 48 anni, non era mai stata così brillante. Proprio per questo motivo, quando i primi sintomi hanno iniziato a manifestarsi, June Kelly non avrebbe mai immaginato che dietro quei segnali apparentemente banali si nascondesse una diagnosi devastante.

La donna, imprenditrice britannica e madre di due figli, ha iniziato ad accusare una sensazione di affanno sempre più evidente durante le corse in salita. A questo si aggiungevano una difficoltà insolita nel mantenere il corpo caldo e soprattutto un sintomo particolarmente strano: un persistente sapore metallico in bocca che non accennava a scomparire. Un dettaglio che sembrava irrilevante, ma che nel giro di pochi giorni avrebbe cambiato radicalmente la sua esistenza.
Convinta che il problema potesse essere collegato all’asma, June aveva inizialmente affrontato un normale controllo medico. Ripensando a quel momento ha raccontato: “Stavo facendo un controllo per l’asma e ho spiegato che mi sentivo senza fiato quando camminavo in salita e che l’inalatore non mi stava aiutando. L’infermiera ha organizzato un appuntamento telefonico con il medico due giorni dopo. Mi ha mandato a fare le analisi del sangue il lunedì successivo”.
In quel momento le sue preoccupazioni erano decisamente diverse. Lei stessa ha spiegato di essere convinta che si trattasse di un peggioramento dell’asma o al massimo di un problema alla tiroide. “Pensavo fosse l’asma oppure magari un problema alla tiroide, ma il medico ha voluto fare esami del sangue”.
La situazione, però, era molto più grave di quanto immaginasse.
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Il giorno successivo agli esami arriva la telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere. Il medico le ordina di raggiungere immediatamente l’ospedale. La situazione è critica e richiede un ricovero urgente.
June ricorda ancora perfettamente quel momento: “Il giorno dopo mi ha detto di andare immediatamente in ospedale. I miei reni stavano cedendo. È stato uno shock enorme”.
Era ancora il periodo della pandemia e suo marito Adrian ha potuto accompagnarla soltanto fino all’ingresso del reparto, senza poterle restare accanto.
Una volta arrivata allo York Hospital, i medici scoprono un quadro clinico estremamente serio. La funzionalità renale era ormai ridotta al 5% e serviva immediatamente iniziare la dialisi per evitare conseguenze ancora più gravi.
Il trattamento parte il giorno successivo. “Mi hanno inserito un catetere al collo e ho iniziato due ore di dialisi. Mi sembrava che la mia vita stesse crollando”.
Proprio il progressivo collasso renale era la causa di quello strano sapore metallico che la accompagnava ormai da settimane.
Una settimana dopo arriva la diagnosi più dura: mieloma multiplo, un tumore del sangue incurabile
Se il problema ai reni sembrava già un evento drammatico, il peggio doveva ancora arrivare.
Dopo ulteriori accertamenti i medici comunicano a June una seconda diagnosi devastante. Soffre di Multiple Myeloma, una forma di tumore del sangue che colpisce il midollo osseo e che, ad oggi, non dispone di una cura definitiva.
La malattia, spiegano i medici, aveva provocato anche l’insufficienza renale, una complicanza abbastanza frequente nei pazienti affetti da mieloma multiplo.
June ha ricordato quel momento come il più traumatico della sua vita. “Quando mi hanno detto che era mieloma il mio mondo è crollato completamente. Ero nella forma migliore della mia vita. Sono passata dal sentirmi solo un po’ stanca e avere uno strano sapore in bocca a sentirmi dire che i miei reni stavano cedendo e che avevo un tumore del sangue incurabile”.
La chemioterapia immediata e la battaglia più difficile: dirlo ai figli
Il percorso terapeutico è iniziato il giorno successivo alla diagnosi. I medici hanno predisposto un protocollo di chemioterapia basato su iniezioni settimanali per quattro mesi consecutivi.
Dal punto di vista emotivo, però, la parte più difficile non è stata l’inizio delle cure.
Il momento più doloroso è stato comunicare la malattia ai suoi due figli, Max e Mia, che oggi hanno rispettivamente 25 e 20 anni.
Mentre il marito Adrian ha scelto di documentarsi in maniera approfondita leggendo tutto ciò che riguardava la patologia, June ha preferito un approccio completamente diverso per proteggere il proprio equilibrio psicologico. Il suo rapporto con i medici è stato estremamente diretto. “Ho detto ai medici: dite soltanto cosa devo fare e io lo farò”.
A darle forza, in quei giorni, c’era un obiettivo personale molto preciso. Sua sorella era incinta e June si era promessa di resistere abbastanza da poter conoscere il bambino che sarebbe nato entro pochi mesi. “Dentro di me sapevo che, qualunque cosa sarebbe successa, dovevo stare abbastanza bene per conoscere il bambino che mia sorella aspettava quell’anno”.
Le complicazioni ossee e il trapianto di cellule staminali
Gli esami successivi hanno evidenziato ulteriori conseguenze della malattia. Una TAC ha mostrato una frattura nella parte bassa della schiena e diverse lesioni ossee localizzate nel bacino, nelle anche e nelle costole.
Inizialmente June ha iniziato infusioni farmacologiche per rafforzare il sistema scheletrico, ma successivamente il protocollo è stato modificato. Oggi si sottopone a un’iniezione ogni sei mesi per mantenere la stabilità ossea.
Lo scorso settembre ha affrontato un passaggio decisivo del suo percorso terapeutico: un trapianto di cellule staminali eseguito presso il Queen Elizabeth Hospital Birmingham.
Dopo cento giorni di monitoraggio è iniziata una terapia di mantenimento in compresse. “Dopo 100 giorni hanno controllato il midollo osseo e ho iniziato la chemioterapia di mantenimento in compresse. Le assumo per 21 giorni e poi faccio una settimana di pausa”.
La dialisi tre volte a settimana e una nuova idea di vita
A causa delle condizioni cliniche non può ricevere un trapianto di rene. Questo significa continuare a sottoporsi a dialisi tre volte ogni settimana.
Con il passare del tempo ha iniziato anche a confrontarsi con altri pazienti oncologici, scelta che inizialmente aveva rifiutato. “Non volevo partecipare ai gruppi di sostegno all’inizio della diagnosi, ma con il passare del tempo aiuta confrontarsi con persone che stanno vivendo la stessa situazione”.
Anche una cognata affetta da un tumore del sangue è diventata un importante punto di riferimento. June racconta di aver condiviso con lei i momenti di rabbia più intensa, trovando conforto nelle sue parole.
La malattia non ha fermato la sua voglia di vivere: il camper, i viaggi e una nuova prospettiva
Nonostante la malattia continui a condizionare pesantemente la sua quotidianità, June Kelly ha scelto di non rinunciare alla vita.
Insieme al marito Adrian ha acquistato un camper per iniziare a viaggiare nel Regno Unito. Hanno già raggiunto le Highlands scozzesi e Loch Ness, organizzando persino tappe intermedie per permetterle di effettuare la dialisi.
Il progetto era nato per il futuro, ma la coppia ha deciso di anticiparlo. “È più difficile andare in vacanza per via della dialisi, ma avevamo sempre detto che avremmo comprato un camper quando mio marito sarebbe andato in pensione, quindi abbiamo deciso di anticipare. Mi godo i giorni buoni e attraverso quelli cattivi”.
Durante le cure ha imparato a fissarsi piccoli obiettivi concreti, trasformandoli in motivazioni quotidiane. Prima conoscere la nipote appena nata, poi assistere alla laurea del figlio, successivamente vedere la figlia terminare il percorso universitario.
Ma soprattutto, la malattia ha cambiato radicalmente il suo modo di vedere il mondo. “Sono sempre stata una persona molto ansiosa e non volevo dispiacere nessuno. Ora, se non voglio fare qualcosa, semplicemente non la faccio. Non mi preoccupo più delle piccole cose”.
La riflessione finale racconta forse meglio di qualsiasi diagnosi ciò che questa esperienza le ha lasciato. “Il mieloma mi ha tolto tantissimo ma mi ha anche reso una persona più forte, che non si preoccupa più delle piccole cose e che apprezza ogni singolo giorno”.
La sua storia oggi rappresenta anche un monito importante: alcuni sintomi apparentemente innocui possono nascondere patologie molto più serie di quanto si possa immaginare.
Fonte: Metro.
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