Vaccino HPV, perché in Italia è ancora poco usato
Prevenzione, salute pubblica e disinformazione: perché il vaccino contro l’HPV resta una grande occasione mancata.
È possibile evitare quasi tremila morti l’anno con un vaccino già disponibile, sicuro e gratuito, ma non lo stiamo facendo? La risposta, purtroppo, è sì. In Italia il vaccino contro l’HPV – il Papillomavirus umano – continua a essere sottovalutato da una larga parte delle famiglie, con conseguenze dirette sulla salute pubblica.
Secondo i dati presentati all’Istituto Superiore di Sanità, sette genitori su dieci ritengono che questa vaccinazione non sia davvero utile. Ancora più preoccupante: per otto genitori su dieci l’HPV non è percepito come una malattia grave. Una convinzione errata, che contribuisce a mantenere bassa la copertura vaccinale, ferma a circa il 50% della popolazione target, cioè ragazze e ragazzi sotto i 12 anni.
Eppure, i tumori correlati all’HPV – dal carcinoma del collo dell’utero a quelli di ano, orofaringe e altri distretti – continuano a causare migliaia di decessi ogni anno. Tumori che, in larga parte, potrebbero essere evitati proprio grazie alla vaccinazione.
I numeri e le criticità sono stati al centro del convegno “Promuovere la Salute, Educare alla Prevenzione: il Ruolo Condiviso contro l’HPV”, svoltosi oggi, mercoledì 14 gennaio, presso la sede dell’ISS. Un appuntamento che ha acceso i riflettori su un problema non più rinviabile: la distanza tra le evidenze scientifiche e la percezione diffusa tra i cittadini.
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L’obiettivo 2030 è ancora lontano
Nel suo intervento di apertura, il presidente dell’ISS Rocco Bellantone ha tracciato un quadro chiaro, senza giri di parole:
“Siamo purtroppo ancora lontani dall’obiettivo di vaccinare il 95% dei ragazzi e delle ragazze di 11-12 anni entro il 2030, e restano ampie differenze nella copertura vaccinale tra una regione e l’altra. Diseguaglianze culturali e territoriali non possono né devono impedire l’accesso a questo strumento così importante. Pediatri, medici di famiglia, genitori, insegnanti, ginecologi, devono promuovere la vaccinazione perché la prevenzione è un diritto di tutti. È necessario spiegare ai ragazzi che vaccinandosi, proteggono innanzitutto se stessi e che, riducendo la circolazione delle infezioni, proteggono anche gli altri. A loro, e alle loro famiglie, chiediamo di compiere questo atto di responsabilità, che diventa anche, poi, sempre, un atto d’amore”.
Parole che chiamano in causa non solo le istituzioni sanitarie, ma l’intera comunità educante. Perché la prevenzione non è un atto individuale isolato, ma una scelta collettiva.
Genitori scettici e informazioni incomplete
Alla base della scarsa adesione alla vaccinazione contro l’HPV c’è soprattutto un problema di consapevolezza. A indagare sull’atteggiamento dei genitori è stato il progetto europeo Perch, appena concluso, che ha visto l’ISS come capofila italiano.
I risultati dell’indagine sono eloquenti:
- il 40% dei genitori dichiara di avere paura degli effetti avversi del vaccino;
- il 70% segnala difficoltà nel raggiungere i centri vaccinali;
- 6 genitori su 10 non sanno che il vaccino è gratuito;
- molti non conoscono il legame diretto tra HPV e tumori gravi.
Una miscela di timori, ostacoli pratici e carenze informative che si traduce in un dato allarmante: nessuna regione italiana ha raggiunto la copertura del 95% indicata come obiettivo nazionale.
Secondo i dati del Ministero della Salute, si passa dal 77% della Lombardia al 23% della Sicilia, con divari territoriali che raccontano una sanità a più velocità.
Perché l’HPV non è un virus “banale”
Una delle convinzioni più diffuse è che l’HPV sia un’infezione lieve o comunque poco pericolosa. Nulla di più sbagliato. Il Papillomavirus umano è estremamente comune e spesso asintomatico, ma alcune sue varianti sono direttamente responsabili dello sviluppo di tumori.
A chiarirlo è Raffaella Bucciardini, responsabile scientifica del progetto Perch:
“I motivi della bassa diffusione della vaccinazione sono legati soprattutto a una consapevolezza non sempre completa sulla pericolosità del virus e sul suo legame con lo sviluppo di tumori che causano migliaia di morti. A questo si aggiungono timori legati alla sicurezza del vaccino e ai possibili effetti collaterali. La fiducia nella sua efficacia è invece generalmente buona. Il lavoro è quindi, innanzitutto, quello di capovolgere queste percezioni attraverso un’informazione corretta e basata su evidenze.”
Il vaccino HPV è oggi uno degli strumenti di prevenzione oncologica più efficaci disponibili. Non protegge solo dal tumore del collo dell’utero, ma anche da molte altre forme tumorali che colpiscono sia le donne sia gli uomini.
Vaccinazione a scuola: un modello che funziona
Tra le strategie più efficaci per aumentare le coperture vaccinali emerge con forza un dato: portare il vaccino direttamente nelle scuole.
Lo dimostra un’esperienza pilota condotta nell’ambito del progetto Perch dalla ASL di Taranto, sotto la supervisione del Dipartimento di Prevenzione della Regione Puglia, diretto da Michele Conversano.
Il vaccino è stato somministrato in 29 scuole, con risultati significativi:
- tra le ragazze di 11 e 12 anni la copertura del ciclo completo è salita dal 57% al 73%;
- tra i ragazzi, dal 45% al 67,4%.
Numeri che parlano da soli. Ridurre le barriere logistiche e avvicinare la sanità ai luoghi di vita quotidiana si traduce in una maggiore adesione e in una prevenzione più equa.

Lo sapevi che…?
- L’HPV è responsabile della quasi totalità dei tumori del collo dell’utero.
- Il vaccino è più efficace se somministrato prima dei 12 anni.
- In molti Paesi europei la vaccinazione a scuola è già la norma.
- Vaccinarsi significa proteggere anche chi non può farlo.
FAQ – Le domande più cercate sul vaccino HPV
Il vaccino HPV è sicuro?
Sì. È utilizzato da anni in tutto il mondo ed è costantemente monitorato.
È vero che serve solo alle ragazze?
No. Protegge anche i ragazzi da tumori e contribuisce a ridurre la circolazione del virus.
Il vaccino è gratuito?
Sì, per la popolazione target prevista dal calendario vaccinale.
Perché farlo a 11-12 anni?
Perché è più efficace prima dell’esposizione al virus.