‘Pandemic fatigue’, quando la pandemia di Covid-19 rende tristi

Se la tristezza era già nell'anima, la pandemia l'ha resa ancora più forte: 'pandemic fatigue', la stanchezza da Covid-19.

Se la tristezza era già nell’anima, la pandemia l’ha resa ancora più forte: ‘pandemic fatigue‘, la stanchezza da Covid-19.

A risentirne sono gli uomini, le donne ed anche i bambini che da mesi passano il tempo più a casa che a scuola. Discontinua è la socializzazione secondaria, al di fuori delle proprie famiglie.

Pandemic fatigue: il virus che rende gli animi tristi e stanchi

Strade che ricominciano a scarnirsi, luci dei lampioni che la sera illuminano angoli vuoti senza ragazzi che scherzano o schiamazzano tra loro, rientri a casa anticipati, il lavoro in smart working.

Si è reduci di un momento in cui i contagi aumentano vertiginosamente, reduci di un momento in cui bisogna attenersi ai nuovi Dpcm che ci vedono piantati davanti alla tv pur di conoscere la ‘sorte’ delle nostre giornate. ‘Cosa sarà?’, la domanda a cui nessuno riesce a dare una risposta certa.

Tante le credenze: ‘questo tempo ci renderà delle persone migliori, più unite’, ‘questo tempo ci porterà a prendere le distanze l’uno dall’altro anche quando sarà tutto finito’, ‘Forse impareremo ad avvicinarci con la giusta distanza’.

La dicotomia, il bianco e il nero. E nella via di mezzo la speranza per coloro che sanno raccontarsi storie di vita equilibrate, sia che siano vissute a casa o fuori, da cui dovremmo imparare.

Tra le strade che ricominciano a scarnirsi, luci dei lampioni che la mattina presto illuminano coloro che – con gli occhi stropicciati e la tristezza in volto – si dirigono verso il lavoro sperando di non rischiare di fallire un’altra volta. Pregando di non chiudere i battenti e tornare a casa a mani vuote.

Tra le strade che ricominciano a scarnirsi, le luci dei lampioni spenti che durante il giorno non illuminano il volto della gente anziana che trema dalla paura e non conosce – a volte – neanche il modo corretto di portare una mascherina per proteggersi dalla morte.

La ‘pandemic fatigue‘, o la tristezza/stanchezza da Covid-19 è l’allarmante evento psico-fisico che si sta registrando nel 60% degli europei ‘ sfiniti dalla crisi’, come l’OMS dichiara: “é una risposta prevedibile e naturale ad uno stato di crisi prolungata della salute pubblica. Soprattutto perché la gravità e la dimensione dell’epidemia da Covid-19 hanno richiesto un’implementazione di misure invasive con un impatto senza precedenti nel quotidiano di tutti, compreso di chi non è stato direttamente toccato dal virus ”.

Viste le evidenze, ci viene detto di proteggerci, di evitare i contatti ravvicinati, di evitare gli assembramenti, di utilizzare sempre la mascherina. E – nell’evitare – come ci si può ‘sottrarsi’ ancora una volta la tristezza?

L’apatia e la demotivazione varcano l’onda della pandemia facendo perdere di vista i punti focali della propria esistenza e gli affetti che ruotano intorno che danno tinte unite e mai tratteggiate.

Nell’incertezza pandemica, bisognerebbe forse ritrovare il proprio baricentro, l’equilibrio con quello che la realtà ci offre?

Di certo, ‘la fame aguzza l’ingegno‘ (Fedro): noi uomini, pur di sopperire ai bisogni (di qualsiasi natura) sappiamo mettere a frutto l’ingegno per cercare soluzioni, adoperando l’infinità delle opportunità della mente sapendo trovare la via di uscita anche dalla tristezza.