Nuove cure per epatite e malattie del fegato: cosa cambia per i pazienti

Nuove terapie per epatite B, Delta e colestasi. I dati AISF 2026 mostrano progressi concreti e nuove possibilità di cura per i pazienti.

Le malattie del fegato entrano in una nuova fase terapeutica. Il 20 marzo 2026, a Roma, durante il 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato, emerge un dato chiaro: oggi esistono nuove cure per patologie fino a pochi anni fa prive di alternative, tra cui epatite B, epatite Delta e malattie colestatiche rare.

Il cambiamento riguarda anche i numeri: l’epatite Delta colpisce fino al 5% dei pazienti con epatite B, mentre la colangite biliare primitiva interessa tra 20 e 30 persone ogni 100.000 abitanti. Malattie spesso sottodiagnosticate, che arrivano tardi all’osservazione clinica.

Nuove terapie: cosa cambia davvero nella pratica clinica

L’epatologia sta attraversando una fase di trasformazione concreta. Dopo anni di progressi su patologie più diffuse, l’attenzione si sposta ora su malattie meno comuni ma con impatto clinico elevato.

Oggi sono disponibili farmaci mirati e nuove strategie di trattamento che modificano la gestione dei pazienti. Non si tratta solo di controllare la malattia, ma di cambiarne il decorso.

Epatite B: dalla gestione cronica alla possibile guarigione

L’epatite B resta una sfida sanitaria, nonostante la vaccinazione. In Italia il virus è ancora presente, soprattutto tra persone anziane e cittadini provenienti da aree ad alta endemia.

La ricerca sta cambiando l’obiettivo terapeutico.

“Stiamo vivendo una fase di transizione cruciale – spiega la Dott.ssa Roberta D’Ambrosio, membro del Comitato Coordinatore AISF – Per anni l’obiettivo dei trattamenti anti-HBV è stato controllare l’infezione, oggi la ricerca punta alla cosiddetta ‘cura funzionale’, cioè alla possibilità di eliminare definitivamente il virus. Alcune nuove terapie, già in fase avanzata di studio, stanno mostrando risultati promettenti e potrebbero cambiare concretamente la gestione della malattia nei prossimi anni. Peraltro, la guarigione dall’epatite B rappresenta la miglior cura per l’epatite delta”.

Il passaggio è netto: dal contenimento del virus alla sua possibile neutralizzazione.

Epatite Delta: prima volta con terapie efficaci

L’epatite Delta è la forma più aggressiva tra le epatiti virali. Colpisce circa il 5% dei pazienti con epatite B e comporta un rischio elevato di cirrosi, tumore del fegato e insufficienza epatica.

Per anni le opzioni terapeutiche sono state limitate. Ora lo scenario cambia.

“Oggi, per la prima volta, disponiamo di trattamenti specifici – sottolinea la Dott.ssa Roberta D’Ambrosio – Bulevirtide ha dimostrato di poter ridurre significativamente l’attività del virus e migliorare i parametri clinici, anche nei pazienti con malattia avanzata. Una delle principali criticità resta però la diagnosi: molti pazienti con epatite B non vengono testati per il virus Delta, con il rischio di una presa in carico tardiva. Pertanto, sono auspicabili strategie di screening più sistematiche e un migliore collegamento tra diagnosi e accesso alle cure”.

Il problema principale resta l’individuazione precoce dei pazienti.

Malattie colestatiche: qualità di vita al centro delle cure

Umberto Vespasiani Gentilucci

Le colestasi croniche, come la colangite biliare primitiva e la colangite sclerosante, sono patologie rare ma con impatto significativo.

In Italia, la colangite biliare primitiva interessa tra 20 e 30 persone ogni 100.000 abitanti ed è più frequente nelle donne. La colangite sclerosante è ancora più rara e non ha ancora terapie approvate.

Negli ultimi anni, però, l’approccio è cambiato.

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento profondo nell’approccio alle colestasi croniche – spiega il Prof. Umberto Vespasiani Gentilucci, membro del Comitato Coordinatore AISF – In particolare, nella colangite biliare primitiva il progresso più rilevante riguarda prima di tutto la gestione del paziente, oggi sempre più orientata a una valutazione olistica che tenga conto non solo degli indici biochimici ma anche dei sintomi, spesso altamente invalidanti. In questo contesto, l’introduzione dei nuovi agonisti dei PPAR agonisti rappresenta un avanzamento significativo: questi farmaci sono in grado non solo di indurre una risposta biochimica adeguata nella maggioranza dei pazienti trattati, ma anche di migliorare sintomi chiave come prurito e fatigue, con un impatto concreto sulla qualità di vita. Per quanto riguarda la colangite sclerosante, rimaniamo ancora in assenza di terapie approvate, ma la ricerca si sta muovendo rapidamente e lascia intravedere possibili sviluppi positivi nel prossimo futuro. Infine, un ambito di crescente interesse è rappresentato dalle colestasi su base genetica: i progressi nella comprensione dei meccanismi fisiopatologici, anche nelle forme dell’adulto, stanno aprendo la strada a potenziali innovazioni terapeutiche che potrebbero avere un impatto rilevante nei prossimi anni”.

Il focus non è più solo sulla sopravvivenza, ma sulla qualità della vita.

Diagnosi precoce: il nodo ancora aperto

Nonostante i progressi terapeutici, il problema principale resta l’organizzazione della diagnosi.

Molte di queste malattie vengono individuate in fase avanzata. Questo limita l’efficacia delle cure e aumenta il rischio di complicanze.

La comunità scientifica sottolinea la necessità di modelli basati su reti integrate: centri specialistici collegati al territorio, con percorsi chiari per intercettare i pazienti prima che la malattia evolva.

Senza questo passaggio, anche le terapie più innovative rischiano di arrivare troppo tardi.

Cos’è l’epatite Delta e perché è pericolosa?

È una forma di epatite che colpisce solo chi ha già l’epatite B. È considerata la più aggressiva perché accelera il danno epatico e aumenta il rischio di cirrosi e tumore.

Esistono nuove cure per l’epatite B?

Sì. La ricerca punta alla “cura funzionale”, cioè all’eliminazione del virus. Alcuni farmaci in fase avanzata stanno mostrando risultati promettenti.

Quanto sono diffuse le malattie colestatiche?

La colangite biliare primitiva colpisce circa 20–30 persone ogni 100.000 abitanti. La colangite sclerosante è ancora più rara.

Qual è il principale problema oggi?

La diagnosi tardiva. Molti pazienti arrivano alle cure quando la malattia è già avanzata, riducendo l’efficacia dei trattamenti.

I nuovi farmaci migliorano anche i sintomi?

Sì. In particolare nelle colestasi, alcune terapie migliorano sintomi come prurito e stanchezza, incidendo sulla qualità della vita.

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