Chi ha avuto il Covid grave potrebbe avere un rischio maggiore di ammalarsi di cancro

Chi ha trascorso giorni in ospedale per il Covid-19, con la polmonite che stringeva i polmoni, potrebbe portare con sé un rischio oncologico che va ben oltre la guarigione. Uno studio pubblicato l’11 marzo 2026 sulla rivista Cell dal team del professor Jie Sun dell’Università della Virginia ha trovato un’associazione statisticamente significativa tra il Covid grave e un aumento del 24% nelle diagnosi successive di tumore al polmone, indipendente dal fumo e dalle altre condizioni di salute preesistenti.

Se sei guarito da un’infezione lieve, i dati non ti riguardano direttamente: il rischio aggiuntivo emerge solo tra chi ha avuto una forma severa, quella che ha richiesto il ricovero ospedaliero. Chi non è stato ricoverato, al contrario, non mostra nessun incremento rilevante — anzi, i ricercatori segnalano una lieve riduzione del rischio in quel gruppo.

Come il Covid grave trasforma il polmone dall’interno

Per capire il meccanismo alla base di questa associazione, il team di Sun non si è limitato all’analisi dei dati clinici. Ha infettato gruppi di topi con SARS-CoV-2 o con il virus dell’influenza A, li ha lasciati guarire completamente, e poi ha introdotto cellule tumorali polmonari. Il risultato è stato netto: gli animali con un’infezione severa pregressa sviluppavano tumori più grandi, a crescita più rapida, e morivano prima rispetto ai topi mai infettati. L’effetto era visibile anche quattro mesi dopo l’infezione da influenza, suggerendo che il danno immunologico persiste nel tempo.

Il meccanismo che i ricercatori hanno identificato ruota attorno a una proteina di segnalazione chiamata G-CSF (fattore stimolante le colonie di granulociti). In condizioni normali, questa proteina richiama i neutrofili — globuli bianchi che intervengono durante un’infezione, svolgono il loro compito difensivo e poi si disperdono. Nelle settimane successive a un’infezione virale grave, il polmone continua a produrre G-CSF in eccesso, attirando una popolazione particolare di neutrofili definiti SiglecFhi, che non si comportano affatto come difensori.

Invece di proteggere il tessuto, questi neutrofili alterati sopprimono la risposta immunitaria anti-tumorale e favoriscono la proliferazione delle cellule cancerose. I ricercatori hanno osservato che, in parallelo, i linfociti T citotossici CD8 — quelli che normalmente attaccano e distruggono le cellule maligne — risultavano ridotti sia in numero sia in attività. Un’inversione delle alleanze cellulari che, nei polmoni già infiammati dal virus, può risultare fatale se a quel punto una cellula mutata inizia a moltiplicarsi.

L’infezione non causa il tumore: lo accelera

Un punto che i ricercatori sottolineano con forza riguarda la natura precisa del rischio identificato. L’infezione da SARS-CoV-2 non induce mutazioni oncogene. Non “crea” il cancro dal nulla. Quello che fa — almeno nei modelli murini e, secondo i dati epidemiologici, plausibilmente anche nell’uomo — è trasformare il microambiente polmonare in uno spazio dove le mutazioni già presenti, come quelle del gene KRAS comuni nel carcinoma polmonare, trovano condizioni favorevoli per evolvere in tumore vero e proprio.

“L’infezione stessa non provoca la mutazione”, ha spiegato Sun. “Ma se una cellula porta già una mutazione, l’ambiente immunitario alterato può aiutare quella cellula mutata a trasformarsi in tumore”. Una distinzione che ha implicazioni dirette: chi è già considerato ad alto rischio oncologico per storia clinica, storia di fumo o fattori genetici, e ha attraversato un Covid grave, merita un monitoraggio più stretto nel corso degli anni successivi.

Jeffrey Sturek, medico ricercatore della University of Virginia e collaboratore dello studio, ha sintetizzato la questione in termini operativi: “Sappiamo da tempo che cose come il fumo aumentano il rischio di tumore al polmone. I risultati di questo studio suggeriscono che dovremmo considerare le infezioni respiratorie virali gravi in modo analogo”.

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Il database che ha reso possibile la scoperta epidemiologica

L’analisi sui dati umani si basa sull’Epic Cosmos database, una delle più grandi raccolte di cartelle cliniche elettroniche negli Stati Uniti. Il campione preso in esame comprende circa 76 milioni di adulti americani, tra cui quasi 900.000 individui ricoverati per Covid grave. La scala è stata necessaria per rilevare un’associazione affidabile su una malattia relativamente rara come il tumore al polmone.

L’aumento del 24% (fattore 1,24) nelle diagnosi successive di carcinoma polmonare tra i pazienti ospedalizzati per Covid è rimasto statisticamente solido anche dopo aver corretto per il fumo, le comorbidità e altri fattori di rischio noti. I ricercatori precisano, tuttavia, che si tratta di dati retrospettivi: lo studio ha analizzato cartelle cliniche già esistenti, non ha seguito i pazienti in modo prospettico in un trial controllato. Non si può escludere con certezza, quindi, che una parte dei soggetti colpiti da Covid grave avesse già alterazioni precancerose non ancora rilevate, capaci di contribuire sia alla severità dell’infezione sia alla successiva diagnosi oncologica.

VariabileCovid grave (ricoverati)Covid lieveMai infettati
Rischio relativo tumore polmone+24% (fattore 1,24)Lievemente ridottoBaseline
Effetto aggiustato per fumoSì, confermatoN/AN/A
Effetto aggiustato per comorbiditàSì, confermatoN/AN/A
Vaccinati esposti poi a cellule tumorali (topi)Carico tumorale ridotto
Infezione grave topi → tumoriPiù grandi, crescita accelerata, morte precoceNon rilevabileNon rilevabile
Effetto influenza grave topiPersistente a 4 mesiNon rilevabile

Nota editoriale: i dati animali non sono direttamente trasponibili all’uomo, ma la coerenza tra modelli murini e dati epidemiologici umani rafforza la plausibilità biologica dell’associazione.

Vaccinazione: protezione che va oltre l’infezione acuta

Tra i risultati dello studio, uno dei più rilevanti per chi valuta la propria situazione post-pandemica riguarda il ruolo della vaccinazione. In due serie separate di esperimenti su topi, gli animali immunizzati prima dell’esposizione virale — con vaccino mRNA anti-SARS-CoV-2 nel primo caso, con un vaccino antinfluenzale inattivato nel secondo — erano completamente protetti dalla malattia grave. Ma il punto che ha sorpreso i ricercatori è il successivo: quando questi topi vaccinati venivano esposti a cellule tumorali, il carico tumorale risultava sensibilmente inferiore rispetto agli animali non vaccinati che avevano attraversato l’infezione per intero.

L’effetto protettivo sembrava dipendere dalla gravità dell’infezione, non dalla vaccinazione in sé. I topi non vaccinati esposti a dosi virali basse — sufficienti a provocare solo una malattia lieve — non mostravano nessun aumento rilevante nel carico tumorale. Era l’infezione severa, quella con infiammazione polmonare estesa, a innescare la riprogrammazione epigenetica del tessuto polmonare.

“Crediamo che i vaccini non prevengano soltanto l’ospedalizzazione acuta dopo l’infezione”, ha dichiarato Jie Sun. “Potrebbero anche ridurre le conseguenze a lungo termine dell’infezione grave, incluso il tipo di cicatrici immunitarie che possono aumentare il rischio oncologico”.

Covid-19.
Covid-19.

Cosa cambia nella gestione clinica

Lo studio non fornisce indicazioni terapeutiche immediate per i pazienti umani, ma apre due direzioni che i ricercatori considerano praticabili nel breve periodo. La prima è lo screening mirato: chi ha superato un Covid grave — specialmente se fumatore o con altri fattori di rischio — potrebbe beneficiare di un monitoraggio più frequente per il tumore al polmone negli anni successivi.

La seconda è terapeutica in senso prospettico. Nei modelli murini, bloccare il recettore CXCR2 (che media il reclutamento dei neutrofili) ha ridotto la crescita tumorale nei polmoni con pregresse infezioni virali. L’effetto è risultato ancora più marcato quando a questa inibizione si è aggiunto un trattamento con anticorpi anti-PD-L1, un tipo di immunoterapia già in uso clinico. Questi risultati aprono a studi sull’uomo, anche se la strada dalla ricerca su topi a un protocollo clinico approvato è ancora lunga.

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