Balbuzie nei bambini: come riconoscerla, rimedi e cure

Non riesco a dirlo, fallo tu per me", questo spesso è il dialogo tra il sé del bambino balbuziente e la propria madre.

Parlare di balbuzie – detta anche dislalia, disfemia o disartria funzionale – non vuol dire affrontare solamente il disturbo dal punto di vista dell’alterazione verbale ma imbattersi in storie di vita ramificate da sconforto, cantilene e pause, stereotipi e pregiudizi.

In alcuni casi gli ostacoli vissuti dal bambino nel contatto con il mondo interno ed esterno – infatti – sono giornalieri, così come lo sono per i genitori che si trovano a dover affrontare l’insicurezza del proprio figlio senza averne, molte volte, le conoscenze e le competenze adeguate: individuare i corretti approcci terapeutici può rimandare come un’eco ad un inno per una vita risoluta.

Come e quando riconoscerla?

È l’Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermare che: “La dislalia è un disordine del ritmo della parola nel quale il paziente sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma allo stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che ha carattere di involontarietà” (1977).

Riscontrare questo “Disturbo della fluenza verbale” negli adolescenti o gli adulti è raro, piuttosto frequente è invece udirne i sintomi durante l’infanzia nei bambini dai 3 ai 6 anni (balbuzie primaria) che in molti casi ne avranno una scomparsa spontanea, o dai 6 ai 14 anni (balbuzie secondaria), evoluzione della balbuzie primaria in “cronica”.

I criteri riportati nel DSM-5 chiariscono e mettono in evidenza l’aspetto psico-fisico del disturbo:

  • L’alterazione causa ansia nel parlare o limitazioni dell’efficacia della comunicazione, della partecipazione sociale o del rendimento scolastico o lavorativo, individualmente o in qualsiasi combinazione.
  • L’esordio del sintomo avviene nel periodo precoce dello sviluppo.
  • L’alterazione non è attribuibile a deficit motorio dell’eloquio o a deficit sensoriali, a disfuenza associata a danno neurologico (per es., ictus cerebrale, tumore, trauma) o ad altra condizione medica, e non è meglio spiegato da altro disturbo mentale.

Appare evidente come la balbuzie può essere relegata ad un disturbo emotivo-psicologico e non a una malattia: non è stata riconosciuta una causa univoca per la sua insorgenza ma una serie di stimoli multifattoriali (organici, da stress, ansia, insicurezza, timidezza o eventi traumatici).

Il tempo è sempre un alleato? Rimedi e cura

Nonostante la concezione del tempo nel bambino si evolve per tre stati evolutivi, dai 4 ai 9 anni, come osservato da Jean Piaget, le conseguenze della cronicizzazione della balbuzie ha una ripercussione postuma sia dal punto di vista emotivo che relazionale proprio per la presenza di consapevolezza soprattutto quando il bambino si trova coinvolto nel percorso di socializzazione e integrazione scolastica e nel rapporto-confronto con i propri pari.

Per la balbuzie primaria non è consigliato nessun intervento specifico, è il tempo ad operare una naturale scomparsa del disturbo dopo i 3 anni, nella balbuzie secondaria si può ricorrere a diversi tipi di terapie:

  • Terapie foniatriche (per una corretta conoscenza e gestione dell’articolazione fonatoria).
  • Terapia psicoterapica (permette di risolvere i blocchi emotivi e conflitti).
  • Terapia farmacologica (trattamenti per l’ansia).

Oltre alle terapie descritte, è importante incoraggiare il bambino all’interno dell’ambiente familiare assumendo un atteggiamento paziente e non giudicante che non preceda – quindi – le sue parole a rinforzo dell’ansia anticipatoria; lasciare così la libertà di esprimersi con i tempi e i modi sentiti, sostenere quella fiducia in sé stesso che tramuta il pensiero negativo in: “Posso farcela”.