Un tampone nel naso rivela l’Alzheimer prima ancora che tu te ne accorga
Un tampone nel naso individua l'Alzheimer nell'81% dei casi prima della perdita di memoria. La ricerca della Duke University su Nature Communications.
⚠️ Disclaimer medico obbligatorio: Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. I risultati descritti si riferiscono a uno studio preliminare non ancora applicato nella pratica clinica routinaria. Per qualsiasi dubbio sulla propria salute o quella di un familiare, è necessario rivolgersi al proprio medico di medicina generale o a uno specialista neurologo.
In Italia vivono con l’Alzheimer circa 600.000 persone e il numero è destinato a crescere nei prossimi decenni. Il problema che tormenta clinici e ricercatori da anni non è solo la terapia, ma la diagnosi: quando si riconosce la malattia, spesso il danno cerebrale è già esteso.
Un gruppo di ricercatori della Duke University (Carolina del Nord, USA), guidato dal professore Bradley J. Goldstein, ha pubblicato su Nature Communications uno studio che apre una strada inedita — e sorprendentemente semplice. Un tampone inserito nella parte alta del naso, in pochi minuti di procedura ambulatoriale, riesce a rilevare i segnali biologici dell’Alzheimer nell’81% dei casi, anche in persone che non hanno ancora perso la memoria o mostrato altri sintomi cognitivi.
Non è un test diagnostico definitivo né è disponibile nella pratica clinica corrente. Ma è uno dei passi più concreti verso qualcosa che la medicina neurologica insegue da decenni: arrivare prima.
Perché il naso è una finestra sul cervello
L’epitelio olfattivo — il tessuto che riveste la parte alta del naso — contiene neuroni in contatto diretto con l’ambiente esterno, i cui assoni proiettano verso il bulbo olfattivo nel sistema nervoso centrale. Questa caratteristica anatomica unica rende il naso un punto di accesso privilegiato per studiare cosa accade nel cervello senza aprire il cranio o praticare procedure invasive.
Analizzando l’attività genica delle cellule raccolte attraverso un tampone delicato, i ricercatori possono osservare lo stato dei neuroni e la risposta delle cellule immunitarie locali, individuando alterazioni metaboliche e stati infiammatori che rappresentano processi precoci nella neurodegenerazione.
Il legame tra olfatto e Alzheimer non è nuovo alla letteratura scientifica. Studi precedenti avevano già mostrato che il 95% dei pazienti con Alzheimer o Parkinson presenta disturbi olfattivi, e che questi disturbi compaiono da dieci a quindici anni prima degli altri sintomi clinici. Quello che lo studio della Duke aggiunge è il meccanismo molecolare: le microglia — cellule immunitarie cerebrali con ruolo normalmente protettivo — eliminano progressivamente le connessioni tra il bulbo olfattivo e il locus coeruleus in risposta alla migrazione anomala di un acido grasso, la fosfatidilserina, verso l’esterno delle membrane cellulari. Nelle fibre nervose colpite, questa molecola funge da segnale che avvia l’attacco immunitario.
Come funziona il test: la procedura in tre passaggi
La procedura descritta nello studio è rapida e ambulatoriale.
Passaggio 1 — Preparazione: viene applicato uno spray anestetico locale nella parte alta del naso. Nessuna sedazione, nessun ricovero.
Passaggio 2 — Prelievo: un medico guida un minuscolo pennello nella parte superiore del naso dove risiedono le cellule responsabili dell’olfatto, raccogliendo cellule nervose e immunitarie in pochi minuti.
Passaggio 3 — Analisi genetica: le cellule vengono esaminate per vedere quali geni siano attivi — una mappa dell’attività cerebrale in tempo reale. Nello studio sono stati confrontati i campioni di 22 partecipanti, misurando l’attività di migliaia di geni in centinaia di migliaia di singole cellule, per un totale di milioni di data point.
l risultato: il tampone è risultato in grado di individuare precocemente alterazioni nelle cellule nervose e immunitarie, distinguendo correttamente i pazienti con Alzheimer in fase iniziale e clinica dai soggetti sani nell’81% dei casi.
| Strumento diagnostico | Fase di malattia rilevabile | Invasività | Tempo procedura |
|---|---|---|---|
| Test cognitivi standard | Sintomi già presenti | Nessuna | 30–60 min |
| Esame del sangue (biomarcatori) | Fase intermedia | Minima | 15 min + attesa laboratorio |
| PET cerebrale / Liquor | Fase avanzata o pre-sintomatica (costoso) | Media–Alta | Ore/giorni |
| Tampone nasale (Duke, 2026) | Pre-sintomatica | Minima | Pochi minuti |
Nota: il tampone nasale non è ancora disponibile nella pratica clinica. I dati si riferiscono a uno studio preliminare su 22 partecipanti. Sono in corso studi su campioni più ampi.
Cosa cambia — e cosa non cambia ancora — per i pazienti
A differenza degli attuali esami del sangue, che individuano marcatori presenti in fasi più avanzate della malattia, il tampone consente di osservare direttamente l’attività delle cellule nervose e immunitarie, permettendo potenzialmente di identificare prima le persone a rischio e avviare tempestivamente eventuali terapie.
È un’informazione che ha un peso specifico. I nuovi anticorpi monoclonali contro l’Alzheimer — come il Donanemab, recentemente approvato — sono efficaci nel rallentare sensibilmente la progressione della demenza, fino al 39% nei trial clinici, se somministrati nella fase precoce della malattia. La finestra terapeutica esiste, ma è stretta: più si aspetta, meno i farmaci possono fare.

Come ha spiegato Vincent M. D’Anniballe, primo autore del lavoro: “Gran parte di ciò che sappiamo sull’Alzheimer deriva da tessuti prelevati durante le autopsie. Ora possiamo studiare il tessuto neurale vivente, aprendo nuove possibilità per la diagnosi e il trattamento”.
l team di ricerca sta ora estendendo lo studio a gruppi più numerosi e valutando se il tampone possa aiutare a monitorare l’efficacia delle terapie nel tempo. La strada verso la validazione clinica e la disponibilità routinaria è ancora lunga — ma la direzione è definita.
Per ora, i segnali olfattivi che un medico di medicina generale o un neurologo possono intercettare restano i campanelli d’allarme più accessibili: difficoltà a riconoscere odori familiari come caffè, menta o limone meritano sempre una segnalazione al medico, soprattutto superati i 60 anni.
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Secondo i dati ISS EpiCentro, in Italia vivono con l’Alzheimer circa 600.000 persone, per un totale di circa 1,2 milioni di persone affette da demenza in tutte le sue forme. La prevalenza aumenta con l’età: oltre i 65 anni riguarda circa il 5% della popolazione, superando il 20% negli over 80.
Tra i segnali precoci più studiati figurano: difficoltà nel riconoscere odori comuni (caffè, limone, menta), lievi alterazioni della memoria episodica, difficoltà nell’organizzare attività quotidiane complesse, disorientamento in luoghi familiari. Questi segnali non indicano necessariamente l’Alzheimer, ma meritano una valutazione neurologica se persistenti.
No. Il test descritto nello studio della Duke University è ancora in fase di ricerca sperimentale. È stato testato su 22 partecipanti e i ricercatori stanno ampliando lo studio a campioni più numerosi per validarne l’affidabilità. Non è ancora né approvato come strumento diagnostico né disponibile in ambulatori o ospedali italiani.
Le microglia sono le cellule immunitarie del cervello: il loro compito normale è rimuovere detriti cellulari e connessioni neurali non funzionanti. Nell’Alzheimer, secondo ricerche recenti del DZNE e LMU di Monaco, queste cellule attaccano in modo anomalo le fibre nervose che collegano il bulbo olfattivo al locus coeruleus, provocando la perdita dell’olfatto che precede i sintomi cognitivi.
Negli ultimi due anni sono stati approvati in USA e in valutazione EMA due anticorpi monoclonali anti-amiloide beta — il Lecanemab e il Donanemab — che nei trial clinici hanno mostrato una riduzione della progressione della malattia fino al 35–39% se somministrati nelle fasi iniziali. L’efficacia dipende dall’intervento precoce, il che rende strumenti di diagnosi anticipata come il tampone nasale potenzialmente rilevanti.