Perché alcune persone non riescono mai a uscire dal lutto?

Il 10% delle persone che perde un familiare sviluppa un disturbo da lutto prolungato. L’OMS lo ha classificato nel 2018 come disturbo psichiatrico. Una nuova revisione pubblicata su Trends in Neurosciences analizza i meccanismi cerebrali che lo mantengono attivo oltre sei mesi.

Il 10% delle persone che perde una persona cara sviluppa un disturbo da lutto prolungato, con sintomi che durano oltre sei mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha classificato ufficialmente nel 2018 come disturbo psichiatrico. Non si tratta di una normale elaborazione del dolore, ma di una condizione clinica caratterizzata da sofferenza intensa e persistente legata alla perdita.

Il disturbo da lutto prolungato (PGD, Prolonged Grief Disorder) è definito dalla presenza di emozioni estremamente difficili, come tristezza profonda o senso di colpa, che persistono per più di sei mesi dalla perdita. L’OMS lo ha inserito tra le diagnosi psichiatriche riconosciute nel 2018, definendolo come uno stato di elevato disagio correlato al lutto.

Le persone affette da PGD trascorrono molto tempo pensando alla persona deceduta, faticano ad accettare la morte, possono avere pensieri suicidari e incontrano difficoltà nel tornare alle attività quotidiane. Alcuni riferiscono di sentire che la vita abbia perso significato, di aver perso una parte della propria identità o di non riuscire ad accettare la morte, pur sapendo razionalmente che è avvenuta.

Chi è più a rischio e perché non tutti sviluppano il disturbo

Le persone che perdono un familiare in modo traumatico o improvviso hanno una probabilità maggiore di sviluppare il disturbo da lutto prolungato. Tuttavia, non tutte le persone esposte a una perdita improvvisa sviluppano PGD. Questo elemento continua a interrogare la comunità scientifica.

Il dato evidenzia che l’esposizione a un evento traumatico non è sufficiente a spiegare la comparsa del disturbo. La variabilità individuale resta uno degli aspetti meno chiari dal punto di vista clinico.

Dati chiave

ElementoInformazione
Percentuale stimata10% dei soggetti in lutto
Durata sintomiOltre 6 mesi
Classificazione OMS2018
CaratteristicheTristezza persistente, senso di colpa, pensieri suicidari
Fattore di rischioMorte improvvisa o traumatica

La nuova revisione pubblicata su Trends in Neurosciences

https://www.cell.com/trends/neurosciences/homeUna revisione pubblicata oggi sulla rivista medica Trends in Neurosciences ha esaminato le conoscenze attuali sulla neurobiologia del disturbo da lutto prolungato e sulle ragioni per cui in alcuni individui la condizione persiste.

Il team di ricerca dell’University of New South Wales, in Australia, sostiene che il PGD presenta pattern cerebrali simili a quelli osservati nei pazienti con depressione e disturbi d’ansia. È stata inoltre rilevata attività nei sistemi cerebrali coinvolti nei circuiti della ricompensa e dell’attaccamento.

Questa osservazione suggerisce che, a livello psicologico profondo, le persone possano “desiderare” o “bramare” la presenza del defunto, rendendo più difficile il distacco emotivo.

Il primo autore dello studio, Richard Bryant, ha dichiarato:

“Il disturbo da lutto prolungato è l’ultimo arrivato nel panorama delle diagnosi psichiatriche”.

“Non è che sia un tipo diverso di lutto. È piuttosto che la persona resta bloccata nel lutto”.

“Si collega all’idea che il lutto sia caratterizzato da un desiderio o da una nostalgia intensa per la persona deceduta”.

Donna seduta in casa con espressione malinconica, immagine rappresentativa del disturbo da lutto prolungato
Il 10% delle persone in lutto sviluppa sintomi persistenti oltre sei mesi secondo l’OMS

Cosa mostrano le risonanze magnetiche funzionali

Poiché il PGD è una diagnosi relativamente recente, i dati disponibili sono limitati. Le evidenze attuali provengono in gran parte da risonanze magnetiche funzionali (fMRI), che misurano le variazioni del flusso sanguigno cerebrale mentre i soggetti osservano fotografie della persona deceduta o affrontano compiti di evocazione del lutto.

Secondo quanto riportato da Eureka, “in questi studi il PGD è stato ripetutamente collegato a modificazioni nei circuiti cerebrali legati alla ricompensa. Queste regioni includono il nucleo accumbens e la corteccia orbitofrontale, coinvolti nel desiderio e nella motivazione, così come l’amigdala e l’insula, che hanno un ruolo nell’elaborazione delle emozioni”.

Alcuni dei pattern cerebrali osservati risultano sovrapponibili a quelli presenti nella depressione e nel disturbo da stress post-traumatico, condizioni che condividono caratteristiche come la ruminazione mentale e il disagio emotivo persistente.

Bryant ha commentato:

“Sarebbe molto strano se non riscontrassimo questa sovrapposizione”.

Aree cerebrali coinvolte

  • Nucleo accumbens – desiderio e motivazione
  • Corteccia orbitofrontale – valutazione della ricompensa
  • Amigdala – elaborazione emotiva
  • Insula – consapevolezza emotiva

Prospettive future della ricerca

Bryant intende ampliare la ricerca lavorando con gruppi più ampi di persone in lutto, monitorando le variazioni dell’attività cerebrale nel tempo per comprendere chi riesce a superare la fase acuta e chi resta intrappolato nel dolore.

Ha dichiarato:

“Spero di aumentare la consapevolezza. Per affrontare davvero il lutto prolungato, dobbiamo riconoscerlo come un disturbo”.

“Abbiamo trattamenti che possono intervenire, ma non possiamo farlo se non identifichiamo queste persone”.

Il riconoscimento diagnostico rappresenta quindi il primo passaggio per consentire l’accesso a terapie mirate.

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FAQ

Cos’è il disturbo da lutto prolungato?
È un disturbo psichiatrico riconosciuto dall’OMS nel 2018, caratterizzato da sofferenza intensa che dura oltre sei mesi.

Quante persone ne soffrono?
Circa il 10% di chi perde una persona cara.

Quali sono i sintomi principali?
Tristezza persistente, senso di colpa, difficoltà ad accettare la morte, pensieri suicidari, ritiro dalla vita quotidiana.

Esistono trattamenti?
Sì, secondo i ricercatori esistono interventi terapeutici, ma è necessario identificare correttamente i pazienti.

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